Il coronavirus – la storia di Anna

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Ed eccoci al vostro venerdì. Il giorno della settimana in cui questo spazio viene lasciato alle vostre storie. Oggi è il giorno di Anna il cui imperdibile racconto sul senso del lavoro è stato illustrato, come di consueto, da Roberto.

Vi ricordo che chi vuole mandarci un contributo per questo spazio, può farlo scrivendo a paroledimaru@gmail.com

Quando ero piccola sono passata alla storia tra i bimbi che giocavano in strada con me per tre cose una te la racconto. Giocavo all’ ufficio , avevo 7 anni, il gioco consisteva nel produrre insieme ai miei amici quaderni scritti a mano pieni di scarabocchi, tutti uguali, rigorosamente tutti uguali, in una lingua tutta mia. Parlo di un centinaio di quaderni che conservavo gelosamente sotto al letto, il lavoro doveva essere duro, molto duro. Ho smesso quando mia nonna mi disse che il lavoro può essere anche una cosa piacevole, ma soprattutto utile. Il mio non era utile, cosi smisi di giocarci sapendo che avrei potuto fare di meglio. In certi momenti della mia vita lavorativa, quando arrivo a casa sfinita a sera, penso al mio gioco e a quanto il lavoro inutile sia infinitamente più faticoso di quello produttivo.

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