La sindrome dell’iocelhopiùlungo e la stasi

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Stasera a cena, parlando con Valeria, le ho raccontato del saggio semiserio che vorrei scrivere per spiegare il mio umillimo punto di vista sul perché viviamo in un paese fermo, rassegnato e con livelli di felicità bassi a piacere. La causa a mio avviso si sintetizza nella diffusissima sindrome dell’‘iocelhopiùlungo’ ovvero nella consolidata prassi che vuole che chiunque arrivi in un posto di comando, invece di continuare a costruire tenendo il buono, rada al suolo tutto quello che ha trovato per ricominciare da capo. Non c’è luogo, situazione o ambito in cui non sia possibile verificare la veridicità di quanto dico. Si preferisce ricominciare altrove invece di trovare punti e snodi su cui innestare il proprio contributo. Si preferisce tornare indietro e riavviare invece di procedere. Annientare invece di riconoscere il valore di chi c’è stato prima, sottrarre invece di aggiungere, spogliare invece di abbellire. Svilire, umiliare invece di tirare fuori e valorizzare il meglio. E a forza di ricominciare si perde sempre tutto il costruito, l’esperienza e anche i successi. E soprattutto si diffonde il messaggio che non vale la pena impegnarsi, che nulla è duraturo, che tutto è provvisorio, che non esistono cose belle e importanti di per sė ma che tutto dipende più che da chi le guarda, dall’obiettivo che ha chi le guarda. Si rende vano il risultato e la fatica per arrivarci e di più la motivazione. Si spegne il fuoco e la voglia. Si premia l’inerte e si frustrano non solo i sognatori e i visionari ma anche chi semplicemente si muove. Vince l’infelicità dei fermi e dei fermati. E ci fermiamo tutti. Che non è una bella notizia per nessuno. Davvero. Probabilmente ci sono ancora troppi uomini e troppe donne che ne imitano lo spirito di competizione poco sportivo. Voglio scriverci un libro. So già chi ne scriverà la prefazione. Che dite lo comprereste nonostante il titolo hard?
Buona giornata! ☀️

E il disegno che mi ha mandato ora Roberto è tra i suoi più belli.

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