Prima dose

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Venerdì prima dose del vaccino. Mi preparo con cura. Mi sistemo i capelli, mi trucco mi vesto con l’attenzione che riservo agli appuntamenti importanti. Devo andare in macchina in un posto che non conosco. Metto il navigatore che mi dice che arriverò con un anticipo di almeno quaranta minuti (!). Mi dico che avrò tempo per il parcheggio e per guardare le mail che nel frattempo saranno arrivate. Entro in macchina e ricevo una chiamata di quelle belle che ti danno la possibilità di capire quanta strada hai fatto. Mi accompagna fino a dove devo arrivare. E poi fino a che entro. Aspetto il mio turno insieme ad altre persone. Qualcuno felice che sia arrivato quel momento, qualcun altro un po’ impaurito, da altri non riesco a leggere nulla. Il personale è gentilissimo. All’accettazione c’è un signore anziano, eppure in tuta da lavoro, che si avvicina allo sportello e quando gli chiedono se voglia la puntura al braccio destro o sinistro, risponde ‘uguale’. E ‘uguale’ risponde anche quando gli chiedono se sia destro o mancino. Che non si è sbagliato, è proprio il suo modo di dirgli che non fa certo caso a questi dettagli. Alla signora accanto a me, una donnona vestita di nero e con i capelli biondi freschi di parrucchiere, continua a squillare il telefono con la sveglia militare. Risponde a quella che immagino essere la figlia preoccupata che va tutto bene e non appena riposa nella borsa il telefono quella riprende a chiamarla e noi a saltare sulla sedia. Mi dico che le avranno messo quella suoneria perché qualche volta non gli avrà risposto. C’è poi una atterrita dal virus che cerca consenso dagli altri contro un’organizzazione in ritardo e che poteva essere migliore e non trovandolo si zittisce ma continua a borbottare tra sé e sé. Dopo aver superato l’accettazione, arrivo al colloquio con un giovanissimo dottore che mi dice anche un po’ preoccupato per la mia reazione che, viste le allergie e lo shock anafilattico di qualche anno fa, fa dovrò restare 45 min e non 15 in attesa. Gli sorrido e gli dico che va bene, che non ho fretta. Poi passo al momento tanto atteso e non faccio in tempo neanche a scoprirmi il braccio che ha già fatto. E niente, ho la sensazione del giorno del matrimonio, che lo prepari per mesi e poi puff in un attimo è già finito. Mi metto ad aspettare e nel frattempo avviso amici e parenti che è andata. E tra invio e risposte, battute e controbattute passa il tempo e finalmente posso uscire.
Mi sento una dea. Sono vestita con un pantalone e una camicia e non in tuta. Ho delle scarpe con il tacco e non da ginnastica che ormai porto senza soluzione di continuità da più di un anno. Occhiali da sole, capelli in piega e un certificato che mi dice che sto per tornare libera. Entro in macchina e mi commuovo. Che a volte basta poco. E stavolta neanche lo è.
Buona domenica!

E per un’occasione tanto speciale è tornato Roberto che mi mancava tanto con il suo disegnetto del cuore.

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