In una manciata di chilometri

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Ieri sono salita su un treno e ho preso le distanze da tanti pensieri, parole, opere e omissioni. Era pieno e ho dovuto attraversare tutto il vagone per arrivare al mio posto, strusciando a destra e sinistra e incontrando gli sguardi curiosi dei bambini, annoiati dei grandi e persi degli adolescenti. Mi siedo lato corridoio. Sul posto accanto al mio c’è un giubbino da donna. Appena finito di mettere il trolley e il giaccone sulla cappelliera, sto per sedermi quando mi arriva alle spalle la proprietaria della poltrona che mi dice, nello stesso intervallo di fiato, se la faccio passare per prendere posto, che dovrà alzarsi altre volte per andare in bagno, se preferisco mettermi io vicino al finestrino e che le dispiace ma che il suo viaggio è lungo e che sul treno lei è sempre così. Mi passano centinaia di micro pensieri non ultimo che l’ora e mezza che mi aspetta potrebbe diversa dalla mia aspettativa di leggere uno dei libri che mi sono portata. La guardo, le sorrido e le dico che non c’è problema, potrà alzarsi quante volte vuole. Si siede. Ha un maglioncino rosa acceso, capelli biondi e un sorriso che prende sia la bocca che gli occhi. Dopo poco, come mi aveva preannunciato mi chiede di alzarmi per poter passare e recarsi in bagno. Dopo qualche minuto ritorna e mi chiede quanto si fermerà il treno alla fermata successiva perché ha assoluto bisogno di fumare. ‘Forse una decina di minuti’ le dico e le chiedo dove deve arrivare. Come avessi fatto clic su un interruttore, parte come un fiume in piena. Viene dal sud e deve raggiungere una cittadina del nord dove lavora. Si è trasferita per amore e quando quello l’ha tradita (ora aspetta un bimbo da quella donna), ha deciso di restare. Di non tornare in un momento di tristezza sconfinata ma di ritrovare se stessa, di cogliere l’occasione per darsi valore e ritrovarsi. Che erano passati due anni, che stava ancora soffrendo ma sempre meno. Che la gente al nord è più fredda che al sud. Che in certi momenti si sentiva sola. E poi, sempre senza mai respirare, che forse il nord non c’entrava nulla nella sua solitudine. Che era lei a non riuscire più ad aprirsi. Le faccio delle domande per capire meglio la sua storia. Lavora in un grande ipermercato, ha i turni che non le consentono di avere una vita scandita anche solo dalla palestra. Va al cinema, a volte da sola. Però ama la sua casetta in affitto. Piccola ma con tutti i comfort, al centro di questa cittadina pulita e ordinata che l’ha accolta ma che prima o poi lascerà. È fiera dell’autonomia che ha conquistato anche se si capisce che le deve essere costata tanto. La guardo sinceramente ammirata e le dico che è stata davvero coraggiosa a non tornare. Che sono sicura che presto il suo cuore si aprirà di nuovo al mondo e anche all’amore, se vorrà. Sono incredula io stessa rispetto a quanto ho appena detto ma mi è uscito di getto, irrefrenabile. Mi guarda cercando di capire se lo penso davvero o se è solo circostanza. Cerco di trovare la faccia più rassicurante di sempre. Mi sorride più leggera come una bambina. Superato l’imbarazzo per quel momento di inusuale vicinanza per due estranee, mi dice che arrivati alla stazione dove devo scendere deve assolutamente fumare. Che non vede l’ora. Che poi dopo non potrà farlo per almeno 3 ore. Le racconto che ho fumato moltissimo e che poi un giorno, con un seminario di 6 ore, ho felicemente smesso e che da quasi 10 anni non toccavo più una sigaretta. Mi guarda pentita di avermi portata su quel terreno. Chi fuma non vuole sentire le storie di chi non fuma più. Gli viene di fumare ancora di più. Le dico, che lo so bene che non vuole smettere perché pensa di perdere qualcosa. E che, in realtà, sta perdendo qualcosa a non farlo: soprattutto la libertà di vivere ciascun momento senza quel retropensiero. Le racconto la storia del metodo e le dico di comprarsi almeno il libro. Di farlo quando le andrà, senza fretta. Anche solo per curiosità. Se lo scrive e mi ringrazia. Non ringrazierò mai chi mi diede quell’indicazione e non ho mai interrotto la catena. E mi assumo ogni volta il rischio di farmi mandare a quel paese dal fumatore di turno.

Arriviamo alla mia destinazione. Ci prepariamo entrambe a scendere sebbene con obiettivi diversi. Ci guardiamo complici come vecchie amiche. Scendiamo. Lei si accende l’agognata sigaretta, ridiamo e ci salutiamo con un abbraccio solidale. Non ci vedremo più, il nostro contatto si esaurito in una manciata di chilometri. Non sapremo mai perché il destino ci abbia fatto sedere vicine ma non per questo è stato meno bello.

Torno stasera a casa con lo stesso libro dell’andata in borsa ma con la certezza che i nostri programmi, a volte, possano davvero valere molto meno di ciò che poi ci accade al di là del previsto.

E insieme al mirabile disegnetto di Roberto, vi auguro buona domenica! ❤️

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