Oh captain, my captain

Arrivo forse ultima a parlare di Carola Rakete la capitana della Sea Watch 3. Non ne ho scritto ma ne ho parlato, l’ho pensata, ho guardato tutte le foto che mi sono capitate davanti perchè l’ho amata a prima vista: una che, consapevole di essere una privilegiata, ha deciso di salvare vite meno fortunate della sua. Di mettere la sua vita a servizio della loro. Un obiettivo talmente grande da restare incompreso ancora oggi a chi scambia la propria fortuna per merito e continua a scegliere Barabba.

Dicevo, l’ho amata a prima vista perchè in lei ho ritrovato le tante donne che direttamente o indirettamente ho incontrato nel corso della mia vita che hanno deciso di cambiare il corso delle cose, e lo hanno fatto o lo stanno facendo. Non quelle che si sono battute con le regole di un gioco costruito dagli uomini e per gli uomini ma che ne hanno inventato un altro. Quelle che sono scese in campo e hanno semplicemente fatto. Quelle che ignorando critiche, insulti e pericoli e, soprattutto pronte a pagare ogni scelta con effetti sulla propria vita, non si sono fermate, o non si fermeranno. E non solo per loro o per i protagonisti delle loro battaglie ma per tutti. Sono le mamme che si battono perché il diritto all’istruzione e a trovare un posto nel mondo sia garantito a tutti e nessuno sia lasciato indietro; sono le sorelle e le mamme che si battono perché la giustizia valga per tutti e nessuno sia troppo potente o troppo debole da restarne escluso; sono le mogli e le mamme che si battono per il diritto alla sicurezza sulla strada perché mai più accadano disgrazie senza senso. Sono quelle che nessuno le ferma.

Sono quelle spinte dall’amore per la vita. Quelle che non si arrendono. Quelle che prima o poi vincono sempre.
Grazie Carola per avermele ricordate tutte.

Totti e ciò che conta

Sempre a proposito di maglie.
Marco si è addormentato in sala con la luce accesa e la finestra aperta. Sono le 4 mi sono svegliata e sono andata a dirgli di andarsene a letto. Vorrei tornare a dormire ma non ci riesco. Mi metto a leggere qualche notizia e mi ricordo dell’addio di Totti alla Roma e di qualche battuta, letta in giro, sull’assenza di congiuntivi durante la conferenza stampa. Sono della Roma da sempre ma mai stata tifosa accesa. Sono nata e vivo in questa città di cui il calcio è parte integrante. Che non c’è bisogno di Sky per sapere come sta andando la partita, basta lasciare aperte le finestre; lo capisci dai silenzi, dalla tensione che si percepisce, dalle grida per un goal mancato e per la gioia di uno messo a segno. Ecco per me la Roma è questo un amore corale che riempe i cortili, le strade, gli autobus, i bar. E Totti prima e sempre la bandiera di un calcio antico, fatto di cuore prima che di gambe.
Dopo aver ascoltato l’intervento di ieri, mi viene da dire che chi ieri, dopo l’esternazione del capitano (a Roma solo lui si può fregiare di questo titolo ed è un altro grande motivo di orgoglio!), ha da rilevare solo qualche inciampo lessicale, merita davvero la classe dirigente che popola ogni dove di questo Paese. Quella che si nasconde dietro ad un dito, che non ci mette la faccia ma tante scuse, che è attenta più al proprio tornaconto che a quello di chi rappresenta, che è priva di coraggio e passione, che è incapace di decidere e soprattutto non molla mai sedia o poltrona che sia.
A tutti questi accademici della Crusca, voglio di dire che (forse) Totti non potrà insegnare l’italiano ma tutto il resto sì. ‘Statece’.
Buongiorno!

Cinema America

Oggi i giornali hanno dato la notizia del pestaggio
a Roma di 4 ragazzi a Trastevere colpevoli secondo gli aggressori di non volersi togliere di dosso la maglia del Cinema America, chiaro segno di antifascismo. L’ho letta io e disgiuntamente anche Roberto che stasera mi ha mandato il disegnetto.
Per chi non è di Roma il cinema America è un cinema storico che qualche anno fa fu salvato dalla chiusura e quindi dalla trasformazione in altra attività commerciale, da un gruppo di giovani amici. Dalla battaglia, condivisa allora dal quartiere di Trastevere, è nata un’associazione che vuole recuperare i cinema chiusi e organizza arene estive gratuite. Piazza San Cosimato, nei pressi di dove è avvenuto il fatto è una di queste.
Quando io facevo le elementari i ragazzi piu grandi per strada si picchiavano perché di opposte fazioni politiche, poi la politica si è quietata e per anni, altri ragazzi si sono picchiati perché tifosi di squadre di calcio antagoniste. Questa del branco che picchia dei ragazzi che non vogliono togliersi una maglietta che non ha nessun significato politico o calcistico, ma solo quello di realizzare un sogno, non si era mai vista. A mio avviso non è squadrismo, non è lotta politica, è il nulla. Molto, molto peggio. Perché il vuoto è sempre rischiosamente abitabile.
L’estinzione è vicina. Buongiorno!

Nel disegno quale sia la maglietta di Roberto e quale l mia si riconosce dal colore 😁

La vita breve

Fa caldo: era questo il tema non originale ma sicuramente attuale di cui volevamo parlare. Poi le giornate prendono un’altra piega e non senti più né il caldo, né altro. E ogni parola sembra vuota. Succede quando accadono cose che seppure lontane somigliano troppo a ciò che ami per non restarne colpito. E ti dicono che la vita è troppo breve per perdere tempo dietro alle sciocchezze, alle cattiverie, alle battaglie per inutili predomini e sì anche a lamentarsi del caldo.
Il disegno è rimasto quello del post mai scritto perché fa ridere che è quello che dovremo fare tutti, tutte le volte che si può.
Buongiorno!

L’ultimo giorno di scuola

Qualche giorno fa mentre pranzavo con Alessandra mi dice ‘Oggi è l’ultimo giorno di scuola di Matteo. Chissà perché tutti festeggiamo il primo ma non viene data la stessa enfasi all’ultimo’. Matteo quest’anno farà la maturità e ha iniziato con l’asilo nido. Di primi giorni di scuola tanti: alcuni più significativi, come ogni passaggio di ciclo scolastico, e anche tanti ultimi ma quest’anno, l’ultimo vero. Ci pensiamo e ci viene il nodo alla gola. Marco lo segue a ruota, ha ancora un anno davanti, e non mi é difficile immedesimarmi nel suo pensiero che è quello di una mamma che sta guardando l’ultima prova di volo del suo piccolo prima di lasciarlo andare. Che in quegli attimi passa in rassegna tutti i momenti più significativi degli ultimi 18 anni per soffermarsi su quell’ultima campanella. È vero ci sono ancora gli esami ma le lezioni sono finite. Riprenderanno altrove ma non sarà mai più la stessa cosa. Lo sa lei, lo so io, lo sappiamo tutti. E ha ragione Alessandra ad interrogarsi sul perché questo traguardo dei traguardi non abbia la celebrazione speciale che merita. In realtà noi due gli abbiamo reso omaggio e ci siamo commosse. Ognuna con in testa immagini probabilmente diverse ma significative di tanti momenti frizzati di questi anni che sembrano volati ma neanche tanto. Perché accanto alla rivalutazione dell’ultimo giorno di scuola, voglio qui cogliere anche l’occasione per sfatare quella tanto decantata velocità del passare del tempo che ‘ieri stavano imparando a camminare e in un battito di ciglia te li ritrovi grandi’. Il tempo passa in fretta, è vero ma ci sono momenti che non passano mai. Come i loro splendidi 17 anni. Che passano lenti, lentissimi. Che sembrano resistere al passare del tempo, alcuni dicono fino almeno al compimento del 26mo anno. Una campanella pigra che indugia e che mi auguro suoni presto. Questa davvero senza alcun rimpianto.

In bocca al lupo a Matteo, Beatrice, Giulia e a tutti gli altri ragazzi che affronteranno tra qualche giorno quel rito di iniziazione che è l’esame di maturità e in bocca al lupo ai loro genitori che ne hanno sempre più bisogno di loro.
Buongiorno!

I genitori che sanno tutto e gli altri

Il ruolo di genitore è molto difficile. Ce la mettiamo tutta ma non c’è nessuno che ci possa insegnare davvero ad essere un buon padre o una buona madre. Quello che ci ripetiamo è che noi non faremo mai questo o quello. A volte ci riusciamo, a volte no. Ma senza certezza che quel fare o non fare sia corretto o meno. Ci mettiamo in discussione, a volte chiediamo aiuto a qualche professionista, più spesso navighiamo a vista. Ci confrontiamo con altri, leggiamo libri e ci sono giornate che finiscono con la nostra faccia riflessa nello specchio con lo sguardo di chi non ci ha capito nulla. Ma non siamo tutti così. Ci sono quelli che invece sanno sempre cosa fare, cosa dire e cosa sia meglio per i loro figli: dagli studi, alle amicizie e agli amori. E che li amano solo a fronte del loro adeguarsi ad una strada che loro sanno essere quella giusta, millantando il valore assoluto della loro esperienza. Come se l’esperienza, anche qualora genuina e di pregio, avesse mai portato beneficio ad un altro. Genitori che smettono di vivere la loro insoddisfacente vita per vivere quella dei propri figli e giocarsi una nuova chance per rientrare spesso dalla frustrazione dei propri insuccessi. Professionali ma anche e soprattutto umani.
Mio figlio è molto diverso da me. Mi sono chiesta molte volte se non me lo abbiano scambiato alla nascita ma questo non mi ha mai indotto a imporgli un punto di vista, una scelta, non dico rispetto ad amici o a possibili amori – che sarebbe davvero contrario rispetto al mio senso della vita – ma neanche sul colore di una maglia o sul taglio di capelli. Posso dargli il mio parere, forzarlo ad una riflessione ma poi mi dico sempre dalla sua parte, pronta, nel caso scelga male, a raccogliere i pezzi. Non so se faccio bene ma questa è l’unica via, a mio parere, di farne un uomo consapevole e soprattutto responsabile. Delle sue azioni e della sua vita. Questo perché mi è capitato di incontrare, oltre ai genitori che sanno sempre tutto e amano con l’interruttore, anche i loro figli. Li riconosci, ad ogni età, perché non smettono mai di cercare di essere all’altezza della loro approvazione. Sono quelli che, così impegnati a farli contenti e a non deluderli, non si sono mai chiesti cosa li avrebbe fatti o farebbe felici. O quelli che se lo sanno, se lo negano arrivando a negare anche il proprio essere più profondo.
É anche da questa mera osservazione che, alla fine, preferisco rimanere una mamma imperfetta con un sacco di dubbi e due certezze: essere felice per la felicità di mio figlio anche, e soprattutto, quando non la capisco; non smettere mai, fino all’ultimo respiro, di cercare la mia felicità. Che non toglie nulla a lui, anzi. Perché la gente felice, come dice un mio caro amico, non rompe i coglioni (mi si perdoni il turpiloquio)
Buongiorno!

Roberto è in viaggio e ho dovuto attingere alla vecchia galleria per trovare un disegno. Ho sempre trovato questo meraviglioso.

Il tempo e le pecore

Un’amica, che ho accompagnato per fare una terapia in ospedale, mi racconta che, in tutte le situazioni in cui il tempo sembra non passarle mai, per impegnare la mente e non lasciare che i pensieri corrano dove non vuole, conta pecore mentalmente: una pecora, due pecore… Mi dice che 200 pecore sono circa 10 minuti e che ogni esperienza, per lei, si traduce in pecore. Che a lei contare le pecore non serve per dormire ma per resistere. La guardo e rido di cuore. Ognuno di noi convive con stranezze, spesso difficili da raccontare, ma questa storia delle pecore ansiolitiche è tra le più belle di sempre. E di più ancora la genuina meraviglia della mia amica rispetto al fatto che, a fronte di una conoscenza ultratrentennale, io non sapessi delle sue pecore ‘che lo sanno tutti’. Solo allora, per farmi capire meglio quanto faccia parte di lei il contare pecore in situazioni di disagio, esplicita tutti gli esami e tutte le prestazioni sanitarie a cui ultimamente si è sottoposta, non pochi, in questa originale unità di misura. E ha ragione lei, le centinaia di pecore contate hanno la capacità di rendere, anche per me che l’ascolto, quel racconto più leggero. La chiamano, è il suo turno. Io rimango ad aspettare fuori. Dopo un quarto d’ora esce ed è visibilmente sollevata: se l’è cavata con 222 pecore, solo 4 in più rispetto alla volta precedente ma meno della metà rispetto all’inizio. Ormai anche i dottori le chiedono quante pecore ci hanno messo. Ed anche loro, grazie a questo stratagemma, hanno preso a percepire il tempo esattamente come lei.
Non so dirvi quante pecore io ci abbia messo a scrivere questo post, né quante Roberto ad illustrarlo. Quello che so è che da ieri la mia concezione spazio-temporale è cambiata e che anche io, come tutto il mondo che ruota intorno alla mia amica, guardo alle pecore in un modo diverso.
Buongiorno alle pecore ma soprattutto a chi quando non gli piace, non subisce ma inventa nuove strade (per tutti).

Sta per finire la scuola

Sta per finire la scuola. Pochi ultimi giorni e bambini, a parte nido e materna, e ragazzi, a parte i maturandi, saranno finalmente liberi. Inizia per chi ha figli il periodo in cui si invertono clamorosamente le sensazioni di stress e felicità. Perché per chi lavora questo diventa, anche quando ci si è organizzati per tempo o si abbia la possibilità dei nonni, il periodo complicatissimo ‘e adesso dove lo lascio mentre vado al lavoro?’ o ‘e se non si trova bene che faccio?’. Ogni mattina diventa un avventura. Mio figlio, dopo i primi 2 anni e mezzo di vita passati con i nonni, ha fatto ogni corso possibile e anche soggiorni fuori casa da quando aveva 7 anni. Ha conosciuto decine di animatori e location, decine di compagni. E io pure. E anche decine di altri genitori stressati. Oggi che ormai ha 17 anni saperlo libero presenta altre forme di preoccupazione ma a queste, che riguardano il volo dal nido, non ci si può sottrarre. Anzi meglio affrontarle e risolverle prima che si può. Per noi è soprattutto per loro. Per evitargli quelle situazioni di dissidio ben oltre l’età adolescenziale.

Eppure quella sensazione legata alla chiusura della scuola, mista tra la gioia di interrompere l’obbligo di alzarsi presto e stare 5/6 ore in classe e la tristezza per doversi separare dai compagni almeno per qualche mese è tra le più belle è indimenticabili di sempre. Ed è sempre un’emozione vedere per strada i ragazzini usciti dall’ultimo giorno di scuola. Li riconosci e ti immedesimi con la loro allegria. Come ti immedesimi con gli sguardi già preoccupati dei genitori che vengono dietro. Sensazioni che ho provato e che sono ormai un ricordo. Sì perché, per la prima volta quest’anno, anche la seconda non mi riguarda più. Ed è già nostalgia.

Buona domenica!

È uscito il sole!

Ieri finalmente è timidamente apparso il sole ed è stato bellissimo. La gente guardava il cielo terso e sorrideva, al cielo, al sole ma anche a tutto il resto animato e inanimato. C’era per strada la stessa atmosfera di quando l’Italia ha vinto il mondiale o quando hanno fatto il Papa. Quella strana ma piacevole situazione di quando non si abbassa lo sguardo incrociando gli sguardi estranei ma anzi li si cerca per condividere quella gioia o comunque quell’evento straordinario che ci rende tutti meno estranei e più vicini. Non è durato tanto. Il pomeriggio tutto si è ingrigito nuovamente ma il fatto che questa apparizione miracolosa sia avvenuta di venerdì, ha riempito tutti i cuori di speranza.

Per me che sono allergica e meteoropatica un mese come questo è stato devastante. Confido su giugno. E soprattutto sul fatto che in generale, come diceva qualcuno, non può sempre piovere. Sulla terra come nella vita.

Buongiorno! ☀️

Il disegno di oggi è una chicca. Grazie Roby!