Le decisioni si prendono da sole.

Non ho mai preso una decisione a tavolino. Come mi piace dire, tutte le decisioni importanti della mia vita si sono prese da sole. Nel senso che sono maturate giorno dopo giorno, piano piano, e improvvisamente – che improvvisamente a ben vedere non è – una cosa è diventata altro da prima. E da quel momento tornare indietro è stato irreversibile. Tornare indietro non si è potuto. Non si può. 

È forse per questo che non lascio mai nulla di intentato. Che se una cosa mi interessa, che sia personale o di lavoro, mi batto da subito, con costanza e determinazione, impegnando tutta me stessa, per trovare una strada. O meglio, la strada. Perché so che il tempo è importante per trovare una definizione della realtà, e che quel tempo è sempre finito. Almeno per me. Che se non si riesce a trovare una forma soddisfacente in un intervallo congruo, le decisioni poi non aspettano, si prendono da sole. Ed escono dal perimetro in cui, anche io, posso fare qualcosa. A volte dispiace più che in altre ma la consapevolezza di aver fatto tutto quello che ho potuto, mi ha sempre regalato la giusta serenità per guardare avanti. Un altro futuro. Altri futuri. 

Buon nuovo giorno. 

Riflessioni genitoriali sulle esperienze agonistiche filiali.

Due settimane e qualche giorno di ferie sono troppo poche. Se poi 11 giorni li passi ostaggio di un maneggio in Inghilterra e tu non cavalchi, non sono poche, sono niente. Non c’è dubbio che vedere Marco, Leonardo, Roberto e tutti gli altri ragazzi partiti dall’Italia per confrontarsi, in team o individualmente, con concorrenti di tutta Europa, è stata una grande indimenticabile emozione ma altrettanto indimenticabili resteranno un’ora all’andata e una al ritorno per raggiungere il luogo del contendere in una macchina comoda come un toboga, il freddo, la pioggia, il cibo killer, le birre scolate per noia e intere giornate ad aspettare il momento della gara con le scarpe nel fango e gli occhiali bagnati. Perché non c’è dubbio che il vero sport estremo sia fare il genitore di un atleta. Ci vuole pazienza, determinazione e anche saper entrare in armonia con quel mondo scelto dal figlio che non sempre ci appartiene. Nel mio caso per nulla. Nè nel contenuto, visto che i cavalli non mi sono familiari, né nello spirito della competizione, avendo sempre erroneamente pensato che l’importante fosse solo partecipare. La verità è che i figli sono altro da noi. Ed il mio, forse anche di più. Ma vale sempre la pena di impegnarsi per coglierne l’essenza e sostenerne passioni e desideri, anche se lontani dai nostri. Anche e soprattutto quando appaia che non gliene importi nulla, che anzi, addirittura, gli dia fastidio che ce ne occupiamo. Perché oltre agli effetti benefici sulla ingrata prole, esperienze come queste offrono eccezionali momenti (nel senso che mai ne abbiamo) di stasi per riflettere in solitudine ma anche per incontrare persone con belle storie che non avremmo potuto conoscere altrimenti. 

Ed è per questo che, alla fine, non posso che ringraziare Marco e subito dopo i miei compagni di avventura: atleti umani e pelosi, allenatori in servizio e in vacanza, genitori accoppiati e scoppiati ed eroici fratelli, con l’augurio di rivederci presto… ma non troppo! 😜

Il selfie al maneggio è opera del mitico Roberto! ❤️

Brava gente

Negli ultimi tempi, tutte le lezioni che la vita mi sta dando riguardano la verità. 

Ovunque mi muova, trovo materiale da studiare e approfondire che mi dice che nulla è mai come appare. Soprattutto perché ognuno di noi guarda il mondo con i suoi occhi e attraverso il filtro del suo essere più profondo. Che vuol anche dire che c’è un sacco di gente che ha esseri profondi di cui il mondo potrebbe senz’altro fare a meno.

Un sincero, pur intuendo che qualcosa non quadra, non potrebbe mai credere che un altro si sia adoperato per ingannarlo. Mentre d’altra parte, uno abituato a muoversi inventando realtà parallele, non potrà che vedere nell’altro sempre e solo un potenziale disonesto. 

Guardando al quotidiano, spesso la verità fa paura o non conviene e quindi non si dice. Se ne dicono altre che si pensa siano più utili o che facciano meno male. Mezze verità, mezze bugie per cavarsela e non sentirsi totalmente scorretti. O, in altre circostanze, per sentirsi migliori di altri.

Pazzo chi onora la verità. Che la dice e chiama le cose con tutti il loro nome. Pazzo che non sa vivere. E così ai figli non si insegna più a non dire bugie ma a saper dire la verità. Annidando in questa sottigliezza la morte della trasparenza.  

Pur sapendo di togliergli un vantaggio competitivo, ho insegnato a Marco, fin da piccolo, a dire sempre la verità. E visto come sta andando, a volte, anche qui sono sincera, preferirei di gran lunga mi dicesse una bugia. 

Ma anche no. Odio in modo estremo i bugiardi e le bugie. Anche quelle ‘buone’. Perché amo troppo la libertà e la vita per apprezzare chi, invece di vivere anche con fatica quella che ha, se ne inventa un’altra da teatro e ne rimane imbrigliato.

Il mondo è pieno di finta brava gente. 

Roberto è sempre capace di interpretare le mie parole come se fossero sue. ❤️