Diario di un weekend a sorpresa

Marsiglia

E’ la seconda volta che mi trovo a visitare per caso una città che non era tra le mete dei miei sogni e mi chiedo perché. Mi è capitato con Lisbona dove Stefano mi ha portata per i miei 50 anni e mi è capitato ora con Marsiglia, dove siamo arrivati grazie ad un weekend Flykube con destinazione e sorpresa, che ho regalato io a lui per i suoi 52 anni. Destinazione che ci è stata svelata solo due giorni prima dalla partenza. Mi piaceva l’idea di non decidere, di abbandonarmi, per una volta, al caso ed è stata un’esperienza magnifica. Marsiglia è una città affascinante. Profumata dall’odore del mare che si mescola a quello che esce dalle botteghe di spezie, sapone e lavanda. Colorata di mille sfumature: dall’azzurro del cielo, al verde dell’acqua, al giallo, al blu, al rosso dei disegni sui muri e sulle saracinesche dei negozi, dalle righe, dai fiori e dai disegni geometrici dei vestiti leggeri che parlano di tante origini diverse, dall’arancio degli arredi della metro e dei bus, dalle luci che all’imbrunire si accendono incorniciando l’antico e il contemporaneo che creano, gli uni accanto agli altri, un’inaspettata armonia.

 

E non c’è nessuno che non sia gentile, che se ti vede girare in tondo non ti chieda dove tu sia diretto e ti dia indicazioni. Che non lo incuriosisca sapere da dove vieni e non ti racconti di qualche suo legame con l’Italia. In due giorni e qualche ora abbiamo fatto migliaia di passi felici. Siamo rimasti senza fiato di fronte al  panorama che ci ha regalato Notre Dame de la Garde così come poi la discesa verso il vecchio porto.

Una piazza di navi, locali, e una tettoia di specchio per far tornare tutti bambini. Abbiamo mangiato un’ottima bouillebasse in uno dei ristoranti che lo costeggiano con la fortuna, ad un certo punto, di sentire intonare ‘Bella Ciao’ dal molo di fronte da una band latino americana. A dire il vero anche solo il pacifico struscio multietnico sarebbe valso da solo la pena. E poi ci siamo trovati di fronte all’imponenza delle cupole de La Major e a pochi passi stupiti dal modernissimo museo delle civiltà d’Europa e del Mediterraneo dove poterla vedere riflessa.

 

Ci siamo intrufolati nelle sorprendenti corti del Docks Village, il vecchio fabbricato nella zona del porto costruito per i magazzini e sapientemente ristrutturato, dove si alternano installazioni, negozi di design, parrucchieri e ristoranti.

 

E poi alla ricerca di un posto dove fare colazione siamo entrati ne Les Terrasses du Port un centro commerciale, che nasconde nella parte retrostante una terrazza sul mare che ti sembra di camminare sul ponte di una nave da crociera.

 

E poi? Poi ci siamo persi nei vicoli della città e in particolare in quelli del Panier il vecchio quartiere dietro il porto. Ci siamo fermati di tanto in tanto a prendere un caffè  e anche un the berbero e ci siamo guardati intorno.

Non abbiamo visto tutte le cose che ci sarebbe piaciuto vedere ma a pensarci bene è un buon motivo per tornarci. Anche per riprendere il pezzetto di cuore che ci abbiamo lasciato.

Il disegno è di Roberto a cui, come al solito, ho sottoposto il post in anteprima e che, come al solito, è riuscito a disegnare quello che racconto meglio di me. Le foto  di Stefano sono la prova della meraviglia che abbiamo vissuto.

 

 

Fuori piove

 Fuori piove talmente forte che mi sono svegliata e non riesco a riaddormentarmi.

Durante questo fine settimana sono riuscita a depressurizzare il cervello e, nonostante l’ora tarda, non sento il bisogno di trovare una posizione per riprendere il riposo. 

Sto bene e mi sento carica. Mi sono alzata e mi sono portata avanti per domattina ma poi sono tornata a letto. La parabola che porta la TV si è bloccata per il maltempo e così, nel silenzio, si sente di più l’acqua che sbatte sui vetri e raggiunge con forza l’asfalto della strada. E sembra quasi di avere in casa le macchine, che di tanto in tanto, attraversano la piazza. 

Non voglio pensare alla lunga lista delle cose da fare che mi aspettano appena sarà ora di alzarmi davvero. Ci penserò in quel momento. Spero solo che tutta questa acqua non stia provocando troppi danni e che non sarà un problema arrivare in ufficio. E per Marco tornare a casa da scuola.

Una cosa per volta. Ora mi vivo questo tempo rubato al sonno. Fuori continua a tuonare e devo ammettere che quando è così non mi piace stare sola. Ma presto tornerà la quiete. Come sempre. Basta solo saper aspettare. E la buona notizia è che ho imparato a farlo. 

Buonanotte per quel che della notte rimane. 

Messaggi vocali

Non so voi ma non riesco a capacitarmi dell’uso dei messaggi vocali. Stamattina sento Marco che ripete due volte la stessa cosa, mi affaccio e capisco che sta registrando. Dopo un po’ sento da lontano che è arrivata la risposta. Secca pure quella. Da quando viaggio di più, mi capita spesso, anche sul treno, di assistere a questa dinamica. Tra ragazzi ma anche tra adulti. Ora, se i primi li capisco sempre poco ma non mi disturba perché mi sono fatta una ragione della distanza generazionale, quando vedo gli adulti comunicare così, resto davvero perplessa. C’è chi ti dice: ‘E’ la stessa cosa di un messaggio ma faccio prima’. E no. Non è la stessa cosa. Un messaggio scritto in alternativa ad una chiamata lo mandi quando non puoi parlare. Se puoi parlare, anche per dire una frase, chiami e senti in la reazione in diretta. Almeno il contatto voce non lo perdi. Quando mi è capitato di riceverne  uno su whatsapp da un amico la mia risposta – rigorosamente scritta – è stata: ‘Ma hai finito il credito?’. Per me non esiste una via di mezzo: o scrivi o parli. Il messaggio vocale lo capisco solo se te ne servi per cantare gli auguri di compleanno. Anche se, personalmente, continuo ad apprezzarli di più se live.

Buon fine settimana e che sia pieno di belle parole, a prescindere dalla modalità di invio.