Tra teoria e pratica

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Ci sono persone capaci di farci del male. O meglio da cui non riusciamo a difenderci. Persone che ogni volta che sfiorano la nostra esistenza riaprono ferite che pensavamo si stessero rimarginando. Persone che frustrano tutti i nostri tentativi di guarire.

Mi sono addormentata presto ieri sera dopo un week end passato in serenità e stravolto sul finale e ora, che sono le due, sto con gli occhi aperti a ricorrere i pensieri senza riuscire a riprendere sonno. Mi dico che ci sono sempre due strade di fronte ad ogni evento sgradevole: soccombere o reagire. Soccombere sembra meno faticoso. Ci abbattiamo, piangiamo, battiamo i piedi per il destino infausto, lamentandoci che non arrivi mai qualcosa o qualcuno a cambiare la situazione ma restiamo fermi senza allontanarci da dove siamo (apro parentesi per il qualcuno: rassegniamoci una volta per tutte a che la figura del salvatore sia una leggenda. Perché quello che viene e ti dice, ‘tranquilla ci penso io’, non esiste e se esiste, quanto meno, si sopravvaluta).

Reagire ci sembra sempre più faticoso, e di fatto lo è, ma lo sappiamo tutti è l’unica via di fuga. E quindi bisogna solo decidere se utilizzarla prima o dopo essersi abbattuti. Con l’accortezza minima di non prendere un’eccessiva rincorsa e rendere la situazione anche peggio dell’iniziale.

Detta così è facile. Sullo scritto vado bene, è sull’applicazione pratica che sono scarsa. Cado sempre nelle stesse trappole. Sulla gestione degli eventi sgradevoli provocati da persone non centrali nella mia vita ho risolto brillantemente con la tecnica dell’#anchemeno. Con chi mi sta vicino, continuo a sclerare e a perdere energie e colpi. Che non risolve e soprattutto mi lascia scarica e infelice. Stasera la mia amica Gloria mi ha detto: ‘sei riuscita a non farti bloccare e a goderti comunque il pomeriggio, ora prova anche a non ripensarci. A non rimuginare. Depotenzia senza sentirti in colpa’. Illuminante. Perché la prima reazione corretta è non farsi distrarre al momento, la seconda non farsi distrarre dopo. Alla fine la soluzione è sempre l’#anchemeno. Solo un po’ più sofisticato, perché dedicato a chi nella nostra vita occupa un posto più importante. Che però, non può e non deve mai essere più importante del nostro. Lo sforzo è comprendere con il cuore, più che con il cervello, che pensare a noi non è egoismo ma volersi bene. E che se non partiamo da quello verso noi stessi, l’amore verso gli altri non potrà mai essere gratuito e autentico. Al contrario sarà sempre oggetto di rivendicazioni su quello che si è perso per dare all’altro senza ottenere adeguata ricompensa. Mi appropinquo alla conquista del secondo livello di gioco. Sono ottimista.

Buona settimana! Roberto si è fatto ispirare da questi pensieri di libertà.

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