Il coronavirus – un po’ come Giochi senza Frontiere

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Ieri sono uscita per la spesa settimanale, la ‘botta de vita’ ben immortalata da Roberto. Stavolta era il turno del supermercato. Ho recuperato a casa il carrello che credo di non aver mai usato e mi sono incamminata verso la meta all’ora di pranzo, che mi sembrava un orario intelligente. Più o meno come quando parti d’estate ad orari improbabili e ti accorgi di essere circondato da un sacco di geni come te. In questo caso ci siamo trovati lì tutti in fila, mascherati, ad un metro di distanza segnato da strisce per terra, in attesa del cenno di assenso della guardia. Dopo un quarto d’ora sono riuscita ad entrare e mi sono detta fortunata che la fila scorresse così veloce ma dentro c’era più gente dell’ultima volta e quell’affollamento medio che un tempo mi avrebbe sollevato, in luogo del solito pienone, ora mi rende preoccupata. Ma a parte questi pensieri, una volta entrata la sensazione è stata esattamente quella di partecipare a Giochi senza Frontiere: comincio a correre spingendo il carrello con la lista in mano, il respiro reso condensa dalla carta da forno contenuta nella tasca della mascherina fatta in casa che appanna gli occhiali e la voglia di completare il percorso nel minor tempo possibile. Stavolta ho fatto la lista per settori con l’obiettivo si trovare tutto e non uscire di nuovo di casa prima di mercoledì prossimo. Uscire mi stressa. E ancora di più fare la spesa, in realtà pure prima ma ora lo trovo nettamente più sfidante. Arrivo alla cassa, inondo il nastro di cose, recupero il mio carrello e lo riempo in modalità tetris. Ce l’ho quasi fatta, metto l’ultimo barattolo di passata, arriva il momento di pagare e non mi ricordo il PIN. Quelli in fila mi guardano in cagnesco. Provo a calmarmi, a respirare, chiedo al cassiere di avere pazienza e dopo due tentativi riesco. Ce l’ho fatta, il corso di mindfulness si rivela ancora una volta un asso nella manica. Ma non è ancora finita. Arrivo a casa: prima di entrare mi tolgo le scarpe, una volta entrata mi tolgo la mascherina, poi i calzini e i guanti che butto via (i calzini per sbaglio!). Mi lavo le mani e disinfetto tutta la spesa prima di riporla. Tempo totale impegnato due ore. Non ci crederete, ho anche migliorato la mia performance ma siamo ancora lontani dal desiderata. Vabbè al
Guinness dei primati ci penserò poi.
Mentre chiudo la finestra della cucina sento un signore che passando in cortile parla con un altro affacciato e gli dice: ‘Speriamo che finisca presto, prima per sedermi a mangiare bastava che mi lavassi le mani, ora quando torno dal lavoro mi fanno lasciare le scarpe fuori, cambiare i vestiti, fare la doccia… una volta che ho finito la fame mi è passata’. Un po’ come a me dal ritorno dalla spesa. Che comunque, un po’ di digiuno, male non mi fa.
Buona giornata!

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