Del calcetto e della solidarietà femminile

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Nei giorni passati, su questa pagina, è venuto fuori il tema della solidarietà femminile, quella universalmente nota per non esistere.
Fino a qualche tempo fa la mia risposta a chi mi opponeva che le donne non si sostengono, come invece fanno gli uomini, era che la solidarietà tra donne, al contrario di quanto comunemente affermato, c’è sempre stata, soprattutto per obiettivi importanti. Un esempio fra tutti è che non è un caso se si parla delle mamme di Plaza de Mayo e non dei papà. E che se invece si intendesse parlare di complicità, il problema risiedeva nel fatto che a noi serve più di una partita di calcetto per sentirci vicine le une alle altre. Che noi abbiamo bisogno di piani più profondi come l’amicizia e non altro. E qui, ammetto, mi sbagliavo di grosso. Avevo solo il pregiudizio, comune alle donne della mia età, che per prime si sono trovate a confrontarsi alla finta pari con gli uomini sul lavoro, di doversi sempre prendere sul serio. A volte troppo.
Perché poi, ho scoperto che anche tra donne è possibile trovare qualcosa di simile al calcetto, qualcosa di basico per fare squadra in modo spontaneo e che questo effettivamente ha i suoi vantaggi immediati e successivi. Nello specifico ci ho riflettuto dopo aver partecipato allo Swap Party organizzato da Antonella a cui tante volte mi sono sottratta prima che Alessandra riuscisse a convincermi almeno a provare: una serata, ad ogni inizio stagione per scambiarsi vestiti, scarpe e borse che non mettevamo più per stanchezza, cambio gusti e cambio taglia e che a qualcun altra invece potevano ancora piacere e trovare una seconda vita a vantaggio nostro e dell’ambiente. Un appuntamento anche per conoscere sconosciute, conoscenze e colleghe presentando i propri capi, consigliandosi le une con le altre se prendere o meno qualcosa, misurandosi pezzi improbabili, ridere perdendo per qualche ora orpelli e sovrastrutture. Esattamente il calcetto. Che ti ridimensiona e ti diverte e ti consente quando, per esempio, ti incontri in riunione con qualche collega di sentirti più vicina per aver condiviso un’esperienza esclusiva di cui porti addosso, è il caso di dirlo, il ricordo. Una sorta di circolo magico che alleggerisce e rende possibile in modo naturale nuove alleanze anche quando rappresenti interessi contrapposti. Che neanche anni di scambi intellettuali sulla situazione del genere in Italia ci avevamo mai dato.
La verità quindi non è che noi non siamo solidali, lo siamo sempre state, ma che abbiamo sempre sottovalutato quella modalità più basica di fare gruppo che gli uomini, al contrario, hanno sempre praticato (quello che ho chiamato, semplificando, il calcetto). Fortunatamente, nel nostro caso, esiste Antonella che ha saputo femminilizzare l’algoritmo. Perché anche questo è importante, imitare i modelli maschili non è da fare se si vuole portare in qualsiasi ambiente un contributo femminile nuovo e originale ma non va neanche buttato tutto. Su alcune cose, vedi per esempio essersi inventati che la panza fa sostanza, i maschi sono più svegli e gli va riconosciuto.

2 comments

  1. Post molto carino! Dunque, posto che ci sono donne con più testosterone di me e probabilmente uomini con più estrogeni di te, penso che hai ragione: la mascolinità è più basica, meno articolata, più elementare. Quanto alla furbizia, ti ricordo che avete inventato il donna baffuto è sempre piaciuta….abbiamo da imparare anche lì!

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