Ologrammi

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L’ultima settimana lavorativa è stata molto faticosa ma anche molto divertente. Dopo anni in cui ho guidato, in cui ero io a portare avanti la baracca, a farmi carico, in questa nuova fase mi trovo spesso a non sapere dove mettere le mani e a dovermi, al contratto, affidare ai colleghi. A dover cercare di capire la domanda prima ancora di affrontare la risposta. A inventarmi soluzioni, a studiare ogni singola situazione per farne tesoro ma anche a ridere di cuore, come non mi succedeva da tempo infinito, quando mi accorgo di non aver capito nulla o al contrario di aver capito, sorprendentemente, tutto.
Con Ale, con cui ho iniziato da qualche mese questa nuova avventura, la voce quotidiana e irrinunciabile con cui condivido gioie e dolori, siamo salite in corsa e da remoto in questo gruppo di lavoro. Non abbiamo ancora mai incontrato nessun nuovo collega dal vivo. Non abbiamo condiviso, non dico una pausa pranzo, ma neanche un caffè con nessuno di loro e nemmeno fra noi. Cominciamo, da poco, grazie al video, a riconoscere i volti e ad associarli a nomi ma ci sfuggono le fisicità come succede per i personaggi televisivi o del cinema che non sai mai davvero quanto siano alti o magri o grassi. Però, a guardare bene, nonostante sia innegabile la difficoltà di questa particolare condizione per noi arrivate in modalità ologramma, la distanza forzata ci ha offerto la possibilità di conoscere le persone più di quello che sarebbe successo nella vecchia normalità. Perché non tanto il video, quanto il telefono e la voce, creano un’intimità diversa e spesso ci si finisce per raccontare più di prima, di aprire varchi, tra un problema lavorativo e l’altro da risolvere, che non avremmo probabilmente mai aperto e scoperto. Di percepire il mondo di mariti, mogli, figli, cani che c’è dietro. La musica o il silenzio. Di attraversare, nella stessa giornata, tutta l’Italia attraverso dialetti, modi di dire, chiedendo che tempo fa a chi continua a lavorare fuori. Di ricevere foto di montagne, spiagge, lauree, candeline e anche di cosa si veda dalla propria finestra.
Non c’è dubbio il contatto fisico manca e di persona, l’addestramento sarebbe stato più facile ma lo smartworking ha aperto una crepa in cui entrare e da cui far entrare che prima non c’era e che rende anche le relazioni professionali speciali. Perché è più difficile avere un profilo diverso sul lavoro rispetto a quando si sta a casa e forse siamo costretti ad essere tutti un po’ più veri. Che non vuol dire che sia meglio ma solo che magari, quando torneremo a stringerci le mani, quella stretta avrà un altro senso. Quello sì, migliore.
Buon we!

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