Mettete a posto la play

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Sono giorni grigi e tristi. Il cielo sembra schiacciarci anche quando c’è il sole. Tutto o quasi sembra senza senso e se troviamo uno spiraglio di gioia ci sentiamo in colpa per chi sta soffrendo per qualcosa che poteva essere evitato. Stavolta come molte altre volte. Ma stavolta ci colpisce di più di quanto non abbia mai fatto perché riguarda qualcuno che sentiamo più vicino, che ci somiglia, che potevamo, che possiamo essere noi. Perché stavolta non riusciamo a voltare le spalle e proseguire dicendoci che è difficile capire le ragioni di un conflitto così lontano per distanza e cultura e cavarcela così. Gli altri stavolta siamo noi: chi è stato aggredito e ha visto la sua vita cambiare da un giorno all’altro ma anche chi improvvisamente è stato isolato dal mondo e deve subire conseguenze di cui non ha colpa e se protesta viene arrestato. Stavolta i racconti non sono solo mediati, sono diretti perché molti ucraini e molti russi vivono nelle nostre città, parlano la nostra lingua, sono nostri amici e ci raccontano cosa sia questo dolore più di qualsiasi talk. Perché non è difficile immaginare cosa provi qualcuno che lavora qui magari per far studiare i figli a casa propria e se li ritrovi da un giorno all’altro al fronte a combattere per difendere la libertà. Una trama che fino ad un mese fa sarebbe sembrata improbabile anche per Netflix. E non è difficile neanche capire lo stato d’animo di chi è nato nel Paese dell’aggressore, che seppure spettatore come gli altri della decisione di uno, si senta costantemente sotto osservazione e in dovere di prendere pubblicamente le distanze. Che, a dire il vero non è solo una sensazione, visto che la gente fa battute anche a me solo per il fatto di chiamarmi Marussia.
Ma qualcosa di positivo, a mio avviso, c’è anche in questa situazione: comprendere, con i fatti noi che abbiamo vissuto tanti anni di pace, che la guerra, questa e qualsiasi altra, non risolvono mai, anzi complicano. E che da ora, se finirà bene come spero e speriamo tutti, avremo una risposta immediata anche per quelle lontane. Perché abbiamo capito che è facile: la guerra non è una soluzione spendibile in nessun caso anche non capiamo per quale motivo e dove si stia svolgendo. Che non placa la sofferenza di questo momento, né può dargli un senso ma offre una speranza di cambio di paradigma sul futuro.

E come seconda cosa positiva è avere tutti sotto gli occhi che solo agli uomini poteva venire in mente che si negozia bene solo mostrando l’artiglieria e confrontandosi su chi ce ne ha di più e più potente. E che quindi è arrivato il momento delle donne, o meglio di modelli diversi da quello maschile, di condivisione e non di forza, di accoglienza e non di respingimenti, di fare più che squadra, famiglia. Una bella famiglia allargata in cui ognuno trovi il suo posto e tenga conto degli altri. Che non è buonismo, è sopravvivenza. Che non è questione morale ma reale sostenibilità. Che è arrivato semplicemente il momento di smettere di giocare e mettere la play a posto. Che basta con ‘altri 5 minuti!’

Buona giornata! ☀️

Ed è arrivato anche il disegnetto di Roberto che tinge anche il rosa di grigio. Ci vorrà tempo per cambiare.

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