Il buongiorno del 20 settembre

Ieri sera con Marco ci siamo fermati a cena con i ragazzi con cui fa sport e con le loro mamme (e anche con qualche papà). Il venerdì, quando sta con me, capita sovente. Lui sta bene e pure io. Ieri era la prima volta dopo le vacanze. Sul tavolo-mamme sono stati allegramente toccati, in poco più due ore, un numero di argomenti inumano. Tutto in superficie senza poter o voler approfondire. Quando ci si rivede dopo l’estate, in qualunque contesto preveda socializzazione, il tempo sembra sempre poco per riallinearsi e le conversazioni si snodano confuse e sincopate. Si passa velocemente dal nuovo orario delle lezioni al ‘chi sta con chi’ in squadra, all’auto nuova da comprare o alla vecchia da tenere che poi si vedrà. Dalle nuove scuole, in cui i figli sono appena approdati, a quelle da cambiare, subito, senza ripensamenti. Dall’incapacità di ritrovare il ritmo invernale, perché fa troppo caldo, a qualche racconto su come si sono passate le ferie. Dai buoni propositi alle diete che funzionano (subito!). E immediatamente dopo, alle ricette delle crostate tutte burro, zucchero e marmellata da allungare con il rhum. Da cani da far accoppiare che scatenano divertenti e umane assonanze, a nuovi colori dei capelli e ad una coerenza cromatica da non sottovalutare per evitare distonie in chi ci guarda. Dalle borse, ‘che chissà se trovo ancora quella che ho visto e mi piaceva’, alla luce pulsata, alle pulsioni, alle pulsazioni. Risate. Occhi attenti. Occhiate complici. Sorrisi. Risate.
Conversazioni di frontiera ancora abbronzate. Ci sarà tempo per i ‘Come stai’ veri. Per le chiacchiere più serie. Per le confidenze più intime. Per le incomprensioni e i chiarimenti. Il nuovo anno è appena iniziato. Ieri è stato solo il primo giorno di scuola. E se il buongiorno si vede dal mattino, sarà un successo pure stavolta.

Il buongiorno di oggi, però, è per Pier Paolo e per il suo papà che ci ha salutato un paio di giorni fa. Quando l’ho chiamato al telefono per abbracciarlo virtualmente, mi ha detto che il fatto che il papà fosse anziano e non stesse benissimo non rendeva la perdita meno dolorosa perché uno li vorrebbe sempre immortali. Ci ho pensato. Vero. Anche se va aggiunto che i genitori questo desiderio di immortalità da parte dei figli se lo guadagnano faticosamente sul campo. Non è scontato. Non è gratis. Mai. Onore a chi se lo guadagna. Onore a papà Roberto.

Il barbiere di quartiere

Ieri ho portato mio figlio dal barbiere vicino casa. Un maestro della forbice con domande e certezze antiche: ‘ma te li pettini i capelli regazzi’? Guarda che se nun li pettini te se avvizziano!’ . Il suo negozio e’ in formica beige e legno con le poltrone di pelle bordeaux che si alzano e abbassano a pedale. L’aria condizionata imprigionata in un sarcofago di finta radica mi dice che c’è stato un tempo in cui è sicuramente stato il più moderno della zona. La TV accesa ad alto volume trasmette un film degli anni 60 e sugli specchi sono appese luci intermittenti della trascorsa festa e un cartello dorato di auguri sotto quello del vietato fumare. La velocità con cui taglia i capelli mi ipnotizza. Si muove concentrato nel suo camice bianco con l’autorevolezza del mestiere. È un salto indietro in una concretezza lontana. Un film in bianco e nero pieno di colore. E alla fine, mi è rimasto il dubbio di non aver pagato il taglio ma il prezzo del biglietto.