Il buongiorno del 16 marzo

Uscire di casa alle 10 del mattino e tornarci a mezzanotte dopo aver ascoltato e risposto, per tutto il tempo, in inglese fa parte di quelle esperienze che ogni volta mi dicono che mi dovrei impegnare di più nello studio ma anche e soprattutto che la comunicazione dipende essenzialmente dalla voglia di scambiarsi qualcosa. Con alcuni è facile, con altri più difficile, con altri ancora impossibile. Il risultato arriva solo se esiste un desiderio comune. Come è successo ieri in cui tutti, piccoli e grandi, ci hanno messo del loro per trovare il modo di divertirsi insieme. Parlare la stessa lingua per capirsi non è sufficiente. Bisogna avere qualcosa da dirsi e volerlo fare. Ed il concetto vale figurato e non.
Un’illuminazione che per quanto riuscirò a mantenere all’attenzione (le illuminazioni, si sa, sfumano con il tempo…), mi risparmierà senz’altro sforzi inutili.
Good morning!

Il buongiorno del 26 febbraio

Qualcuno mi faceva notare che non essere sempre in linea, non rispondere subito a un qualche stimolo di comunicazione scritta può essere oltre che una scelta, un’ottima scelta. Che questo essere sempre disposti al botta e risposta immediato o al confronto mediato da faccine a spiegare meglio i toni e le intenzioni, può essere rifiutato scientemente per dare maggiore valore allo scambio. Che rimandare il confronto ad un istante in cui sia possibile realizzarlo de visu può essere di maggiore soddisfazione. Posizione Interessante. Condivisibile. Anche vera.

Come è vero, però, che questo vale quando ci si conosce reciprocamente. In questo caso l’assenza di parole non imbarazza ed anzi è il termometro dell’armonia che si ha con l’altro. In tutti gli altri casi il silenzio che stronca un approccio o un flusso non parla e, se parla, allontana. E a volte è un peccato (a volte no!). Però voglio provare. Comincio con il ritardo del buongiorno di questa mattina. Un affettuoso buongiorno… in ritardo!