Pressione

pressioneSe penso alla pressione mi viene in mente la pentola che si libera attraverso le valvole, con un fischio stridulo e allarmante, solo una volta che il cibo ė cotto. Dopo si attende qualche minuto e poi ci si può mettere a tavola per godersi la pietanza.

Mi piace pensare alla pressione come ad un elemento positivo. Sotto pressione, personalmente,  rendo di più, faccio più cose. Alla fine della giornata, anche se svengo dalla stanchezza, mi sento viva e capace. Questo però in una situazione in cui tutto funziona.

Per riprendere la metafora, questo vale solo se nella pentola ci sono ingredienti di qualità, se la ricetta ė giusta, se il calore del fuoco ė costante e se le valvole di sfogo sono aperte e funzionanti. Anche solo la mancanza di uno di questi elementi pregiudica il risultato. In particolare, se la pressione resta dentro quando ė il momento di uscire, nel migliore dei casi il cibo si brucia, nel peggiore la pentola esplode distruggendo contenuto e ambiente esterno.

Che è poi la situazione estrema e meno auspicabile perché a quel punto non si salva nulla o quasi. E bisogna ricominciare da capo. Più stanchi e certamente con meno entusiasmo.

Sono molto attenta a far in modo che la pressione evapori al momento giusto attraverso innocui ed efficaci meccanismi.

Questo però non mi riesce quasi mai con mio figlio. Credo di averlo già detto. Trovo che la nostra generazione sia davvero sfigata: quando eravamo piccoli guai a non ubbidire ai genitori, agli insegnanti o a non rispettare i grandi in generale, e poi quando siamo diventati grandi noi e pensavamo di poter finalmente stabilire le regole appellandoci al ruolo, tutto ė cambiato. Con i figli si discute, ci si confronta si dialoga per addivenire ad un punto di contatto che tradotto vuol dire che ogni giorno si affronta una battaglia con dei piccoli mostri che si ribellano a qualsiasi autorità senza neanche aspettare, spesso, la scusa dell’adolescenza. Che ti costringono ad estenuanti negoziazioni che sfogano spesso in delirio collettivo. E mentre noi avevamo e abbiamo una vita sola, questi, nati nell’era dei videogiochi, ne hanno almeno tre e si ricaricano. Sono invincibili. Senza contare che basta che chi ti sta intorno – un passante, un parente/amico o un insegnante – pensi e ti faccia capire che sei tu che non ci sai fare, che quel carico in più, anche piccolo a piacere, innesca la fatale scintilla e ti ritrovi a cercare una via d’uscita nel fumo nero.

Parlando del mio caso specifico, non voglio deresponsabilizzarmi e dare la colpa alle scie chimiche ma qualcosa deve essere successo anche fuori dal mio raggio di azione o di quello del padre. Io so solo che mio figlio ė l’unico che mi fa perdere la testa sia in positivo che in negativo. E che con la lui la depressurizzazione non funziona. Ci parli, non ci parli, lo tratti con dolcezza,  lo maltratti, sembra tutto inutile. E lo è finché non è lui a decidere di far pace e  di chiarire. Momenti di grazia in cui ci si scambia grandi promesse su come dovrà andare da lì in poi che ti donano speranze che durano al massimo una giornata e poi si ricomincia. Ci sono genitori che ti hanno preceduto nell’esperienza che ti dicono, guardandoti con occhi persi nel vuoto, che durerà anni. Di abituarsi. Ci sono siti, letteratura, gruppi di sostegno e addirittura App nate per sostenere  le famiglie in cui sono presenti adolescenti. Il problema ė che bisogna anche lavorare, sistemare la casa, fare la spesa, cucinare. Altrimenti rischi, oltre al disastro, che ti si attribuiscano anche altri motivi di inadeguatezza.

Diciamocelo, la pentola a pressione, quando pensa a noi, si sente una signora.

Buona giornata!

Il disegno è di Roberto che sa cogliere sempre il nocciolo delle pochezze da me raccontate.

Il buongiorno del 21 settembre

Oggi giornata votata alle pulizie e a mio figlio. Portalo, riprendilo. Riportalo, riprendilo. Ti dicono ‘Goditelo adesso che fra poco diventerà autonomo e non lo vedrai più!’. Ora, in tutta sincerità e con tutto l’amore del mondo, fargli da autista non è la mia massima aspirazione. Soprattutto in notturna. E spesso, vi dico da godere, c’è ben poco. Sparute conversazioni in mobilità a parte. Eh sì, perché se c’è una cosa divertente in questa attività da tassista, è che quelle andate e quei ritorni, a volte lo ispirano. E ne approfitta per buttarti là, oltre alla lista di quello che dovresti comprargli perché assolutamente indispensabile per la sua sana crescita fisica e mentale, qualche suo pensiero, progetto, intenzione che vuol sondare. Ieri per esempio si parlava della scuola da scegliere dopo la terza media. E da lì, in un secondo, siamo arrivati a quando, una volta raggiunta la maggiore età se avrà un lavoro (!), potrà uscire di casa e andare a vivere da solo. Pensavo fosse felice di sentirsi dire che avrebbe trovato il mio appoggio e invece mi dice ‘No guarda, appena trovo un lavoro, io resto ancora un po’ con te e anche con papà. Così mi metto un po’ di soldi da parte prima. Metti che finisco di studiare a 24 anni come Matteo e, come lui, trovo subito lavoro (Matteo è il figlio di un mio collega/amico che è diventato un punto di riferimento perché molto studioso ma a dire di Marco, visto anche l’orecchino e il fisico sportivo, affatto sfigato!) magari rimando fino a 35. Troppo? Facciamo 32?’. Lui a farsi i conti della cifra a cui sarebbe potuto arrivare con lo stipendio, a cui pensa di poter aspirare, e io a ridere internamente di fronte a quel sincero opportunismo che lui non ti nega mai. E fortunatamente non mi da mai tempo di preoccuparmi perché le sue idee sono costantemente in fieri. Negli ultimi 30 viaggi, verso il circolo dove fa sport o qualche festa, abbiamo esplorato decine di idee alternative. Qualche tempo fa mi ha chiesto, per esempio, di mandarlo un paio di mesi in Brasile da zia Fausta, una mia zia che non ha mai conosciuto ma di cui gli ho parlato, e che probabilmente lo ha colpito per il coraggio della scelta, a cui si era detto disponibile a fare la spesa ed altri servizi in casa, in cambio dell’ospitalità (!). ‘Dai, non la puoi chiamare?’
A lui una vita non basterà per inseguire tutti i prodotti della sua capoccetta. E a me avere qualcuno che scalpita in tutte le direzioni verso il domani mi piace moltissimo.
Se il godermelo di cui si parlava è questo, hanno sicuramente ragione loro. Ma non è solo così. A volte non mi parla e, se mi parla, grugnisce. E chi ha un figlio di quell’età in casa (o in macchina) sa di cosa parlo. La chiamano adolescenza. A casa mia si chiama ‘la prossima volta prendi l’autobus’.
Buongiorno ai giovani virgulti, in quotidiana partenza per il futuro, e a noi ex virgulti che cerchiamo di vivere, con quotidiana e determinata gioia, nonostante i giovani virgulti, il presente.

Il buongiorno del 16 settembre

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Ho un naso di carattere. Di quelli cioè che caratterizzano una persona da arrivare a dire che senza non sarebbe più lei. Ed è per questo che non ho mai pensato alla chirurgia plastica. A quella lei imperfetta, a cui sono arrivata ad essere con tanta fatica, ci tengo.
Ho odiato il mio naso durante l’adolescenza perché è stato tante volte oggetto di prese in giro. E quando mi capita di rivedermi in quelle foto, sempre schivate, sento ancora oggi la sofferenza di allora. Di quel mio non accettarmi, di quel non riuscire a vedere, è il caso di dirlo, nulla al di là del mio naso.
Poi l’adolescenza passa. Si cresce e, se lo si fa bene, non solo si fa pace con i propri difetti ma, se possibile, sono proprio quelli a diventare i nostri punti di forza.
Questo sempre che non si parli del mio naso che a diventare un punto di forza non ce la fa proprio. Che a sentirsi amato non ci tiene per niente. Men che meno, ad essere accettato. Che si riempie di bolle a sentire di essere diventato irrinunciabile perché senza non mi sentirei più io.
A tal punto che quando ha capito di non poter più essere una spina nel fianco per motivi puramente estetici, ha cominciato a darmi problemi di funzionamento.
E così quella deviazione interna che per anni è stata sopportabile è diventata, ad un certo punto, così impattante sulla respirazione da indurmi l’anno scorso ad operarmi al setto e, per non farmi mancare nulla, anche ai turbinati.
Dopo, mi sono sentita ancora una volta al di là dell’ostacolo. Di averlo definitivamente superato. E ancora una volta, mi sbagliavo.
Perché il mio naso non si arrende proprio ad essere messo in un angolo.
E così è riuscito a tornare, ancora una volta, con mio grande turbamento, alla ribalta.
Qualche giorno fa una visita di controllo, un’intervenuta aderenza e un nuovo intervento a cui sottopormi. Però, questo dovrebbe farmi piacere (!), ad una sola narice.
Non gli dite che mi girano, non gli voglio dare soddisfazione. Ho deciso di ricominciare ad odiarlo. Non mi è neanche così difficile.
Somiglia tanto a quelle persone che continui ad apprezzare focalizzandoti, con appassionata determinazione, sui soli aspetti positivi e che, invece, continuano a mostrarti impunemente quanto possano essere detestabili.
E lì, anche questo mi ha insegnato la vita, c’è poco da fare. Non si può amare chi non vuole farsi amare.
L’ho capito tardi ma l’ho capito.
Il mio buongiorno stamattina va a tutti gli altri. Che meritano molto di più il mio affetto.
Sto rivalutando tanto le orecchie.

La foto è presa in prestito dal sito sanità in cifre.