Le mamme rompiscatole

Qualche giorno fa, durante uno dei nostri confronti serrati, mio figlio mi ha detto che se avesse potuto scegliere sua madre non avrebbe mai scelto me. L’ho ringraziato per avermi dato la conferma che stavo facendo un buon lavoro. E che non fosse una battuta, l’ha capito anche lui restando male per non essere riuscito a portare a segno il colpo. 

Sta crescendo ed è assetato di nuove esperienze, di sentirsi autonomo, libero. Di poter disporre del proprio tempo senza ostacoli. Di non avere una voce della coscienza in carne e ossa (più carne che ossa!) che gli ricordi i doveri prima dei piaceri. Che cerchi di mettere in ordine le sue giornate. Che lo aiuti a pianificare lo studio, a ritagliarsi momenti di relax alternativi alla play. Lo spinga a dormire un numero sufficiente di ore, a non fare tardi a scuola rimandando di 5 minuti in 5 minuti la sveglia. A mangiare, non dico sano, ma almeno responsabilmente.

Parliamo tanto, quando vuole lui. Mi chiama decine di volte soprattutto per cambiare i piani o cercare di farlo. E non c’è giorno in cui non discutiamo. È faticoso per entrambi ma non c’è altra strada per insegnargli a portare avanti le sue ragioni. Sarebbe più facile cedere  ma sono convinta che ne farei un uomo incapace di guadagnarsi ciò che vuole. E soprattutto di scegliere e capire ciò per cui vale la pena di combattere e ciò per cui non ne vale affatto. 

Ha i suoi segreti. La sua vita in cui io non ci sono. Che prenderà sempre più tempo. Una lenta prepararazione a lasciare il nido. Che non è neanche tanto una metafora pensando a come rifà il suo letto. 
Quando succederà mi mancherà, ma non troppo. E lui lo sa. Non dovrà preoccuparsi di me. 

Le mamme rompiscatole hanno un vantaggio: la libertà te la danno quando pensano che tu sia in grado di gestirla e godertela, non prima, ma da allora non te la tolgono più. Ed è il più grande regalo che possano farti.

Io lo so per esperienza. Auguri mamma!

Il buongiorno del 3 febbraio

Ieri sera torno a casa e trovo Marco che sta ancora studiando con un suo compagno. Mi chiedo se non si siano fiondati sul tavolo a recitare la parte appena sentito il citofono ma decido di godermi il momento e soprassiedo. Invitiamo Valerio a restare con noi a cena. Mangiamo e subito dopo loro si mettono a giocare. Sistemo la cucina e poi, come sempre quando si ferma qualche amico di mio figlio, lo riaccompagno a casa. In questo caso giusto due passi a piedi. Lui non si oppone ma quello stacco di altezza in più a suo vantaggio, per la prima volta mi creano il dubbio sull’opportunità, o meglio sulla reale utilità, di questo gesto. Torno e Marco mi annuncia che vorrebbe l’indomani uscire con i suoi amici. Che dopo tutte le verifiche di fine quadrimestre se lo merita. Gli ricordo che l’ultima settimana è stato a casa, malato per carità, ma non certo soggetto a stress e che visto che 3 volte a settimana fa lo sport che ha scelto di fare e in quei pomeriggi non riesce a fare altro, deve sfruttare gli altri giorni per studiare. Che non voglio limitare la sua libertà ma solo richiamarlo ai suoi impegni. Niente da fare, parte il fiume in piena. Lui è un segregato in casa ed io, anche secondo il parere dei suoi amici (‘scusa ma te lo devo dire!’), la madre più rompiscatole della storia. Mi viene in mente che ho appena accompagnato a casa un giocatore di basket e mi chiedo se non abbia ragione lui. Se non sia il caso di mollare un po’ gli ormeggi e fargli assaggiare il mare. Di rischiare che si perda per renderlo capace di ritrovare la strada. Ieri sera ho fatto lo sforzo di ascoltarlo senza sminuire i suoi lamenti. Senza l’arroganza di chi ne sa di più ed opera per il suo bene e ho capito che bisogna che trovi nuove soluzioni per sedare quella sofferenza/insofferenza. Che è arrivato il momento di dargli fiducia e provarlo un po’ sul campo. Lo devo fare. Per lui e anche per me. Sono le 4 e sono sveglia. No, non è insonnia. Marco si è svegliato per andare in bagno ed invece di tornare in camera sua mi si è buttato addosso e ha svegliato anche me. La scusa è sempre il freddo e che la mia stanza è più calda. Magari sarà anche così. Ma magari è che anche lui è combattuto tra restare piccolo e diventare grande. E mentre ormai riaddormentato gli accarezzo i capelli, mi rendo conto che la strada è una sola ed è quella di aiutarlo a volare. Anche e soprattutto perché se non apro ora le mie braccia rischio di non farlo più. E sarebbe un dramma per lui, per me e più di tutti per la mia futura nuora.

Buongiorno a chi è al primo volo ma anche a chi, esperto, deve infondergli coraggio e fiducia. Che non si sa, davvero, chi abbia la prova più difficile.

Il buongiorno del 18 novembre

In questi giorni mi sono fermata spesso a ragionare sul concetto di fiducia. E sono arrivata alla conclusione che la fiducia sia ciò che davvero discrimina i rapporti importanti da quelli che non lo sono. Avere fiducia significa credere che l’altro tenga a noi. Non faccia mai, volontariamente, qualcosa che possa nuocerci. Ci abbia a cuore. E che questo non possa essere messo di continuo in discussione. Dare fiducia è un atto di coraggio che bisogna portare fino in fondo. Credere che qualcuno ci ami è lasciare la porta aperta e consentire all’altro di entrare. Sapere che c’è il rischio che ci possa far male ma credere che non lo farà. Ovvio che di tanto in tanto, questo vada verificato con i fatti. Ma di tanto in tanto. In una visione complessiva. Non ogni minuto, dando significati epocali ad episodi singoli e decontestualizzati. Ci sono quelli che per paura di essere feriti o ancor di più di essere fregati, perché per alcuni l’amor proprio è più importante dell’amore, stanno sempre lì con il fucile puntato. A non vivere e a non far vivere con serenità lo svolgersi di un rapporto. Ad aspettarsi ritorni continui che metterebbero a dura prova anche l’amore materno. E per me non ci può essere fiducia senza libertà. Propria e altrui. È una base su cui costruire il resto. Quella che ti consente, di fronte a qualsiasi cosa accada, di sapere che c’è sempre un’alternativa rispetto alla decodifica più ovvia.
Un tempo mi tenevo lontana solo da chi non mi ispirava fiducia. Oggi mi tengo lontana, soprattutto, da chi quella fiducia non ce l’ha in me. È cambiata la mia prospettiva. Perché ho capito che il disprezzo più profondo verso l’altro non sia tradirlo ma pensarlo traditore. Metterlo continuamente alla prova. È mettersi talmente al centro da pensare di poter pretendere senza mettere sul piatto nulla. Da barattare le vere prove di bene per due lire di nulla. E la vita è troppo breve per perdere tempo dietro al nulla. Figuriamoci a due lire di esso.

Buongiorno al tutto. Che il nulla non ci piace.