Fuori piove

 Fuori piove talmente forte che mi sono svegliata e non riesco a riaddormentarmi.

Durante questo fine settimana sono riuscita a depressurizzare il cervello e, nonostante l’ora tarda, non sento il bisogno di trovare una posizione per riprendere il riposo. 

Sto bene e mi sento carica. Mi sono alzata e mi sono portata avanti per domattina ma poi sono tornata a letto. La parabola che porta la TV si è bloccata per il maltempo e così, nel silenzio, si sente di più l’acqua che sbatte sui vetri e raggiunge con forza l’asfalto della strada. E sembra quasi di avere in casa le macchine, che di tanto in tanto, attraversano la piazza. 

Non voglio pensare alla lunga lista delle cose da fare che mi aspettano appena sarà ora di alzarmi davvero. Ci penserò in quel momento. Spero solo che tutta questa acqua non stia provocando troppi danni e che non sarà un problema arrivare in ufficio. E per Marco tornare a casa da scuola.

Una cosa per volta. Ora mi vivo questo tempo rubato al sonno. Fuori continua a tuonare e devo ammettere che quando è così non mi piace stare sola. Ma presto tornerà la quiete. Come sempre. Basta solo saper aspettare. E la buona notizia è che ho imparato a farlo. 

Buonanotte per quel che della notte rimane. 

Stordimento e anestesia

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Sono arrivata in clinica alle 7. Da mezzanotte non mangio e non bevo. Ma tanto non mi andrebbe. Devo fare un intervento al setto, meno importante di quello dello scorso anno e con un anestesia più leggera ma a me l’idea non piace lo stesso. Anche se tutto avverrà in day hospital mi hanno assegnato un letto. Non ho messo il pigiama mi sa troppo di paziente. Mi sembra esagerato. Resto in tuta tanto poi, per la sala operatoria dovrò indossare il camice. Stamattina sono venuti a prendermi a casa i miei ma quando sono scesa ho preferito guidare io. La tensione non è ai massimi livelli ma c’é. E non avevo proprio la forza di fare il navigatore umano a mio padre. Parole dalla mia bocca davvero poche stamattina. Niente. In macchina loro hanno parlato (tanto), invece, per occupare un silenzio inusuale. Mia madre diceva allegra che voleva informarsi per fare l’ernia nello stesso posto mentre lui di rimando la sconsigliava affermando con forza che l’ospedale offre certamente più garanzie di una clinica. E che lui in una clinica non ci sarebbe mai andato. Parlavano come se non ci fossi. Tanto impegnati ad essere leggeri e a non far pesare la preoccupazione, hanno scavallato, sono andati oltre. Perché loro sono così. Non li fermi.
Ora sono qui. Mi sono infilata comunque sotto le lenzuola. Sento freddo. Sono passate 4 ore ma sono volate. Ho girato tra i blog che amo, ho letto la posta e le news amicali su Facebook. Ma anche i messaggi affettuosi e scanzonati di chi mi vuole bene. Hanno aperto la porta. Forse mi sono venuti a prendere. Ho sonno e me lo sono tenuto per arrivare naturalmente stordita al sonno artificiale. Per attenuare le resistenze o forse perché io sono quel tipo di persona che si prepara sempre per un esame. Anche quello del sangue. Falso allarme. Ho ancora un po’ di tempo. Spero non troppo. La vivace signora nella mia stanza, operata mercoledì all’anca e già in piedi, mi dice che la peggior cosa, alla fine, è l’attesa. Al momento non sarei in grado di fare una lista e le concedo la vittoria a tavolino. Ne riparliamo più tardi.

Il buongiorno del 26 settembre

Stamattina ho aperto gli occhi pensando a quanto, soprattutto in quest’ultimo periodo, io abbia seminato. E anche alla speranza intermittente che accompagna le mie giornate riguardo al raccolto che verrà. Deve essere così che deve sentirsi il contadino negli inverni in cui aspetta di vedere il frutto della sua fatica. E anche lui non può molto, dopo la fatica, se non affidarsi alla bontà degli eventi. E anche per lui, che è un uomo del fare, non deve essere facile fermarsi e aspettare. Guardare a quel cielo ogni giorno sapendo che può decretare il suo successo o rovinarlo. Per me poi che non c’è nemmeno un cielo da guardare, andare avanti con l’idea che qualcosa di positivo succederà, senza neanche sapere di preciso cosa, presenta un grado di complessità in più. Ma, come al contadino, mi salvano le mille cose da fare nel frattempo. Si semina e si attende. E nel frattempo c’è il resto della vita che non si ferma, che non aspetta. Che magari passa a prenderti, proprio in quel frattempo, e ti porta altrove. Chissà perché mi è venuto in mente il contadino. Forse per ricordarmi dell’importanza del frattempo o forse solo perché ho bisogno di linearità, di senso pratico, di stare con i piedi per terra. Di avere certezze antiche. Di avere certezze.
E a proposito di certezze, buongiorno autunnale o quasi…