Il buongiorno del 5 febbraio

Gli eventi traumatici della vita o ti uccidono o finiscono per renderti più forte e consapevole. La mia separazione, per esempio, ha attraversato i miei giorni come uno tzunami ma oggi a quasi due anni data è solo uno spartiacque. Quello che mi consente di distinguere tra un prima e un dopo. Tra una prima vita e una seconda. E di guardare a questa mia second life con un’attenzione che non ho avuto nella precedente. Nel mio caso la frattura del divenire è stata decisa. Ad altri succede. Nel mio caso più di qualcuno mi ha detto che sono una donna coraggiosa ad aver rinunciato al sicuro per l’insicuro in un’età in cui di solito si pensa all’arrivo della maturità e a godersi le sicurezze, non certo a ricominciare. Ci ho pensato e, detto che non mi sento ancora sulla via del tramonto (!), credo in tutta sincerità che ci voglia più coraggio a restare dove non ci piace più stare che ad andare via. Che ognuno proietti sugli altri il proprio mondo e che mi dispiace, in questo senso, che ci sia chi alla mia età pensi a che l’unica alternativa possibile sia tirare i remi in barca. Al contrario considero un vero regalo questa seconda chance anche perché non è detto ne seguirà, nel caso, una terza. Me la coccolo. Me la costruisco giorno dopo giorno. Decidendo, ove possibile, cosa voglio ci sia e cosa no. Chi voglio dentro e chi no. Con un cinismo che non pensavo mi appartenesse. Contro nessuno. Solo per me. E di conseguenza per Marco.
Mentre scrivo fuori diluvia. Fuori. Fuori tuoni, lampi, scrosci di pioggia. Li sento. E come sempre mi prende una sensazione di incomprensibile timore che combatto riacciuffando la certezza, che sembra ogni volta vacillare, che sono al sicuro e che lo è anche mio figlio. Esattamente come nel quotidiano. Paure da ricondurre e certezze da spolverare. Sorrido. E mi sento felice. Ce la posso fare.

Buongiorno… Oggi il sole fuori stenterà, accendiamo quelli dentro.

Il buongiorno del 14 ottobre

Ci sono giorni molto più faticosi di altri. Sono quelli che io chiamo del 99mo cancello.
C’è una storiella che racconta di Pierino in prigione che per evadere deve scavalcare 100 cancelli e giunto al 99mo dice al compagno di avventura ‘Sono troppo stanco, torno indietro!’. Fa ridere ma nemmeno tanto. Perché a pensarci bene, ognuno di noi conosce questo tipo di stanchezza. Che offusca l’obiettivo, guardato da lontano e poi vicino, e rischia non solo di fartelo bucare ma di metterti in condizioni ben peggiori se decidi di tornare indietro invece che di andare avanti. Stanchezza ma non solo. Stanchezza ma anche e soprattutto paura che tutto quello che hai affrontato per arrivare fin là non valeva la pena e che dopo quell’ultimo ostacolo tu possa trovare una situazione che ti porti a dire che alla fine era meglio restare dove eri. Quello che ho pensato stamattina appena sveglia, dopo essermi addormentata con questo pensiero e aver dormito male tutta la notte, è che per iniziare un percorso ci vuole coraggio e passione, per portarsi avanti fatica e determinazione. Ma che per terminarlo ad un metro dalla linea di arrivo, non ci vuole niente. Proprio niente ci vuole rispetto a quello che abbiamo già fatto. Basta solo evitare di inciampare. Ma ad un metro, dovesse pure succedere, ci si riesce a trascinare anche a braccia. È per questo che la storiella fa ridere.

Arrivati alla quasi fine non ci vuole nulla. È oggettivamente così. Anche se non sembra. E al di là c’è sicuramente qualcosa di meglio. Se non altro, noi stessi. Con una consapevolezza in più: 100 cancelli superati. E una storia da raccontare.
Buongiorno al sapore di 100mo cancello!

Il buongiorno del 10 ottobre

IMG_5396.JPG
Ieri ad un corso si parlava di coraggio. È un bel tema quello del coraggio che ho già affrontato parlando di uomini e di storie d’amore (https://paroledimaru.com/2014/06/01/il-buongiorno-del-1-giugno/).
Ieri l’accezione era, ovviamente (!) un’altra. Si parlava del coraggio che muove, che traghetta fuori da situazioni di stallo, che consente di proporre soluzioni creative. Il coraggio di opporsi con argomentati ‘non mi piace’ o di supportare soluzioni che altri non vedono neanche possibili. Il coraggio di cambiare. Il coraggio di accettare un fallimento. Di non nasconderlo e ricominciare da là. Il coraggio di rialzarsi. Il coraggio della dissonanza. Il coraggio di restare fuori dal coro. Il coraggio non l’incoscienza. La dissonanza non lo spirito di contraddizione.
Il coraggio è un valore altissimo ma non in auge. Prova ne è che, negli ultimi tempi, sempre più spesso e da più parti, si senta l’esigenza di richiamarne l’importanza. L’ha fatto addirittura il Papa in più occasioni. Ma pubblicizzarlo e parlarne in termini positivi non è sufficiente per diffonderlo. Perché entri a far parte del DNA di una comunità, infatti, l’agire un valore deve essere premiante soprattutto in termini di riconoscimento e di appartenenza.
E non sfugge a nessuno che, in Italia, a tutti i livelli i comportamenti attualmente premiati siano assolutamente in contrasto con il coraggio. Parlo a titolo di esempio del sapersi muovere, del saper vivere, del non esporsi, del manifestare comunque e ovunque l’assenso, del non mettersi contro quello o quell’altro, dell’andare d’accordo con tutti. Che la figura di riferimento, per capirci, non sia più l’eroe leggendario ma il simpatico paraculo.
Il coraggioso, per completare il concetto, o si configura come pesante, polemico, rompiscatole, che non gli va mai bene niente; o come un povero Don Chisciotte incapace di guardare la realtà, ‘uno che prima o poi, vedrai, si arrenderà pure lui’, ‘uno che se continua così chissà dove lo manderanno’. Uno che diciamocela tutta, con le dovute eccezioni di nicchia, non riscuote certo un apprezzamento sociale. Che c’è, forse, solo per i più famosi e solo post mortem, quando tutti si sbracciano, sull’onda emotiva, a dichiarare di averli sempre considerati dei grandi.
Quando ero più giovane pensavo che chi non si ribellava a ciò che non gli piaceva, fosse un pusillanime. E di fatto lo penso tuttora. Oggi, però, sono arrivata alla conclusione che ci possa anche essere qualcuno fra questi che non agisca il coraggio, non perché codardo, ma perché lo ritenga totalmente inutile se non sprecato. Pur comprendendo, continuo a dissentire. Ma questo perché voglio che la mia vita sia un film memorabile, non un cinepanettone. E continuo a preferire l’eroe di azione o di pensiero al simpatico paraculo (peraltro la maggior parte non è neanche così simpatica!). E mi piace pensare che il coraggio tornerà di moda. E mi piace pensare che ci siamo quasi.
Buongiorno ottimista!

Immagine presa dal web