Il buongiorno del 5 febbraio

Gli eventi traumatici della vita o ti uccidono o finiscono per renderti più forte e consapevole. La mia separazione, per esempio, ha attraversato i miei giorni come uno tzunami ma oggi a quasi due anni data è solo uno spartiacque. Quello che mi consente di distinguere tra un prima e un dopo. Tra una prima vita e una seconda. E di guardare a questa mia second life con un’attenzione che non ho avuto nella precedente. Nel mio caso la frattura del divenire è stata decisa. Ad altri succede. Nel mio caso più di qualcuno mi ha detto che sono una donna coraggiosa ad aver rinunciato al sicuro per l’insicuro in un’età in cui di solito si pensa all’arrivo della maturità e a godersi le sicurezze, non certo a ricominciare. Ci ho pensato e, detto che non mi sento ancora sulla via del tramonto (!), credo in tutta sincerità che ci voglia più coraggio a restare dove non ci piace più stare che ad andare via. Che ognuno proietti sugli altri il proprio mondo e che mi dispiace, in questo senso, che ci sia chi alla mia età pensi a che l’unica alternativa possibile sia tirare i remi in barca. Al contrario considero un vero regalo questa seconda chance anche perché non è detto ne seguirà, nel caso, una terza. Me la coccolo. Me la costruisco giorno dopo giorno. Decidendo, ove possibile, cosa voglio ci sia e cosa no. Chi voglio dentro e chi no. Con un cinismo che non pensavo mi appartenesse. Contro nessuno. Solo per me. E di conseguenza per Marco.
Mentre scrivo fuori diluvia. Fuori. Fuori tuoni, lampi, scrosci di pioggia. Li sento. E come sempre mi prende una sensazione di incomprensibile timore che combatto riacciuffando la certezza, che sembra ogni volta vacillare, che sono al sicuro e che lo è anche mio figlio. Esattamente come nel quotidiano. Paure da ricondurre e certezze da spolverare. Sorrido. E mi sento felice. Ce la posso fare.

Buongiorno… Oggi il sole fuori stenterà, accendiamo quelli dentro.

Il buongiorno del 15 dicembre

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A volte la felicità ci sfiora. Ci inebria. Ci stravolge. Ci fa correre a perdifiato. Ci porta sulle nuvole. E per un attimo. Un brevissimo attimo guardiamo tutto da lassù. E ogni cosa del mondo ci sembra piccola a piacere. Nulla ha più la dimensione di prima. Tutto é governabile. Ed è bello sottrarsi alle vertigini spegnendo gli alert celebrali che ci vorrebbe al sicuro. Sorridiamo allegri come bambini. E il cuore sembra ci scoppi dentro. Ma basta un rumore, anche solo un piccolo rumore, a ricordarci il pericolo di stare seduti così in alto, in una posizione precaria dalla quale cadere sarebbe davvero rovinoso, per tornare con i piedi per terra ad accontentarci di altro. Di meno. Di essere, nel peggiore dei casi, tristi ma non disperati. Di essere, nel migliore dei casi, sereni ma non felici. È credo che questo sia forse l’effetto più devastante di un passato di fallimenti sentimentali. La paura che ti si attacca addosso come l’odore di cibo speziato sui vestiti. Che non se ne va e mantiene costante il ricordo del dolore che è stato. Che ti tira indietro. Che ti impedisce di vivere al 100%. Che forse un giorno passerà ma il tempo stringe. E chissà se ci sarà il tempo.
Bella comunque la felicità che ci sfiora. Ci inebria. Ci stravolge. Perché ci dice che c’è. E che quello che manca è solo il coraggio. Che non è un evento ma qualcosa di noi.
E che, paradossalmente, per stare sulle nuvole ce ne vuole molto più che per stare con i piedi per terra. E io non lo avrei davvero mai detto.

Felice e non sereno buongiorno. Almeno sugli auguri puntiamo in alto.

Immagine presa dal web.

Il buongiorno del 14 ottobre

Ci sono giorni molto più faticosi di altri. Sono quelli che io chiamo del 99mo cancello.
C’è una storiella che racconta di Pierino in prigione che per evadere deve scavalcare 100 cancelli e giunto al 99mo dice al compagno di avventura ‘Sono troppo stanco, torno indietro!’. Fa ridere ma nemmeno tanto. Perché a pensarci bene, ognuno di noi conosce questo tipo di stanchezza. Che offusca l’obiettivo, guardato da lontano e poi vicino, e rischia non solo di fartelo bucare ma di metterti in condizioni ben peggiori se decidi di tornare indietro invece che di andare avanti. Stanchezza ma non solo. Stanchezza ma anche e soprattutto paura che tutto quello che hai affrontato per arrivare fin là non valeva la pena e che dopo quell’ultimo ostacolo tu possa trovare una situazione che ti porti a dire che alla fine era meglio restare dove eri. Quello che ho pensato stamattina appena sveglia, dopo essermi addormentata con questo pensiero e aver dormito male tutta la notte, è che per iniziare un percorso ci vuole coraggio e passione, per portarsi avanti fatica e determinazione. Ma che per terminarlo ad un metro dalla linea di arrivo, non ci vuole niente. Proprio niente ci vuole rispetto a quello che abbiamo già fatto. Basta solo evitare di inciampare. Ma ad un metro, dovesse pure succedere, ci si riesce a trascinare anche a braccia. È per questo che la storiella fa ridere.

Arrivati alla quasi fine non ci vuole nulla. È oggettivamente così. Anche se non sembra. E al di là c’è sicuramente qualcosa di meglio. Se non altro, noi stessi. Con una consapevolezza in più: 100 cancelli superati. E una storia da raccontare.
Buongiorno al sapore di 100mo cancello!