Il buongiorno del 10 novembre

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Quando Marco passa il fine settimana con il padre difficilmente mi chiama. Diciamo che difficilmente mi chiama ogni volta che sta fuori di casa: soggiorni estivi, casa della nonna o quando dorme da qualche amico. Non me la prendo mai a male perché penso sempre che sia il suo modo di immergersi completamente in qualsiasi cosa faccia ma non posso esimermi dal rammentarglielo. Quindi lo chiamo io e gli dico che mi farebbe piacere se non dovessi essere sempre io a farlo ogni volta. Perché seppure è certo che non sia una telefonata a dimostrare o meno l’affetto che lui prova per me bisogna comunque saper dimostrare le attenzioni. È un lavoro costante, senza soluzione di continuità, che sto facendo perché la sua futura compagna non debba lamentarsi dell’educazione sentimentale che ha dato la suocera all’uomo che le è accanto. Cosa che, ovviamente, avverrà nonostante tutti i miei sforzi, comunque. Ma almeno avrò la coscienza a posto. E sì perché io ci penso sempre alla grande responsabilità che ho nell’educare un maschio. Nell’evitare che cresca con quei tipici difetti che fanno impazzire noi donne, effetto tipico dell’Italo materno procedere. Eccesso di protezione, sostituzione nell’esecuzione dei compiti e accettazione di qualsiasi mancanza di regola o rispetto, al grido de ‘e meno male, che li vuoi rincoglioniti?’. È per questo che Marco è entrato in un programma di protezione. Si deve rifare il letto, abbiamo turni per apparecchiare e sparecchiare. È suo compito mettere a posto le sue cose e la sua stanza. Deve studiare portando buoni risultati non solo per il suo futuro ma anche per il presente. Perché è la sua contribuzione alla nostra impresa familiare, in cui ognuno è responsabile e deve fare qualcosa al meglio. Gli ricordo i compleanni, lo invito a scrivere biglietti per accompagnare i regali, a dire senza pudore ti voglio bene. Non voglio che usi nelle liti le mani ma solo le parole (su questo ho dovuto specificare che le parolacce non sono da considerarsi alternativa alle botte!) e che sappia difendere sempre le sue idee e i più deboli. E che se gli va di piangere può farlo senza problemi. A patto che una volta che si sia sfogato faccia il punto su come andare avanti. Il primo risultato è che per lui sono, come già detto altre volte, senza ombra di dubbio, la mamma peggiore che gli potesse capitare. Me lo dice ogni volta che tenta di cambiare strada e ce lo riporto. Ma io vado avanti serena (non sempre, ma ci sta!) avendo chiaro l’obiettivo.
Ho iniziato dicendo che non mi chiama mai quando è dal padre. Ma c’è un’eccezione. Mi chiama quando ci discute. Quando cerca la mia sponda per sottrarsi a qualche sua indicazione. Quando la nostra separazione può fargli comodo per ottenere qualche punto. Ieri, non menzionerò l’episodio perché del tutto irrilevante, mi chiama e mi dice: ‘Mamma è confermato, è il padre peggiore del mondo…’ . E io, ‘Marco non ti sembra di esagerare? non credo proprio sia così, lui fa veramente un sacco di cose per te’. E Marco, ‘Vabbè hai ragione ce ne saranno sicuramente di peggiori, diciamo che lui è sestultimo!’. Geniale.

Buongiorno alle peggiori mamme del mondo e ai padri che comunque riescono sempre a strappare, chissà come, qualche posizione in più!

Disegno di Roberto Luciano.

Il buongiorno del 1^ agosto

Stamattina il figlio parte con il padre ed è molto contento. Sono sicura che starà bene ma a me un po’ dispiace che vada. Più di quando è andato al soggiorno estivo. Perché lì c’era un progetto educativo, qui c’è solo l’alternanza genitoriale dovuta ad una sentenza di tribunale che vuole che entrambi si passi del tempo con il figlio durante le vacanze. E se uno si è separato, per quanto possa apprezzare l’altro come genitore non lo apprezzerà mai del tutto come persona. Altrimenti logica vorrebbe che ci stesse ancora insieme (concetto totalmente reciproco). Lo dico perché anni di psicologia da giornale, da ombrellone (quest’anno da ombrello!) e da discussioni a tavola inducono a farti sentire in colpa se provi un seppur minimo giramento quando consegni il sangue del tuo sangue, nel mio caso, al padre. Detto che sono consapevole che il pargolo abbia bisogno di entrambi i riferimenti per crescere e che mai mi verrebbe in mente di privarlo dell’altro oltre a me, il punto è che non posso essere totalmente contenta a che passi del tempo con uno con cui io ho deciso di non passercene più. Ed anche sto far finta di essere entusiasti all’idea mi sembra una follia. Meglio essere più misurati e sinceri per il bene di tutti. Anche per non creare confusione in queste creature. Che potrebbero dirti se lo trovi così figo perché non vieni pure tu?!? Perché se è vero che puoi riconoscere all’altro di essere un ottimo genitore, è altrettanto vero che se non ci stai più insieme in ballo ci sono valori diversi e un diverso modo di vedere la vita. E se non hai trovato una sintesi prima, sarà difficile trovarla dopo. L’unica è non influenzare e lasciare che sia il figlio a scegliere la sua strada. E accettare, poi, la sua scelta. Talmente difficile che mettersi pure a recitare la falsa gioia mi sembra veramente troppo.
Quindi come sempre lo saluterò dicendogli che sono sicura che si divertirà e che starà bene, che mi mancherà e anche che approfitterò della sua assenza per riposarmi un po’. Ma non gli dirò che sono contenta. Ometterò solo che mi dispiace. Perché dirgli che sono contenta non sarebbe un gesto d’amore, come ti dicono i sedicenti esperti, ma solo una bugia e neanche buona. Una bugia e basta.
Buongiorno soprattutto alle mamme e ai papà che sanno di che parlo!

Il buongiorno del 19 marzo

Tutti possono diventare padre, anzi direi che c’è maggiore possibilità per gli irresponsabili che per gli altri.
Non tutti, invece, possono esserlo.
E oggi mi piace pensare che si festeggino solo questi ultimi. Quelli che ti stanno accanto, ti sostengono, fanno il tifo per te anche quando sanno che non hai nessuna chance. Indipendentemente dal fatto che tu sia nato da un loro momento di felicità e passione o si sostituiscano a qualcuno che non c’è più o non c’è mai stato.
A partire proprio da quel San Giuseppe che mi ha fatto, da sempre, un’immensa simpatia. Un uomo che per il figlio, e non per Dio, è stato capace di mettersi da parte ed accettare una situazione a dir poco scomoda.
Non ho mai pensato a mio padre come al mio eroe, come in tante dicono di aver visto o di vedere il proprio padre. Forse perché non c’è mai stato bisogno di metterci della fantasia per esaltarne il valore. Non è perfetto. A volte è pesante e permaloso. Spesso ci discuto ma so di poterci contare. E non perché si sia abnegato per me e mio fratello (eterno e da me invidiato figliol prodigo) ma perché, tra le mille cose a cui gli piace dedicarsi, cerca e trova sempre spazio da darci.
Si chiama Giuseppe e quindi oggi festeggia doppio. Non poteva che essere così!
Auguri al mio papà e anche a tutti gli altri che se li meritano. Tra tutti, per primo quello di mio figlio.