
Ieri ad un corso si parlava di coraggio. È un bel tema quello del coraggio che ho già affrontato parlando di uomini e di storie d’amore (https://paroledimaru.com/2014/06/01/il-buongiorno-del-1-giugno/).
Ieri l’accezione era, ovviamente (!) un’altra. Si parlava del coraggio che muove, che traghetta fuori da situazioni di stallo, che consente di proporre soluzioni creative. Il coraggio di opporsi con argomentati ‘non mi piace’ o di supportare soluzioni che altri non vedono neanche possibili. Il coraggio di cambiare. Il coraggio di accettare un fallimento. Di non nasconderlo e ricominciare da là. Il coraggio di rialzarsi. Il coraggio della dissonanza. Il coraggio di restare fuori dal coro. Il coraggio non l’incoscienza. La dissonanza non lo spirito di contraddizione.
Il coraggio è un valore altissimo ma non in auge. Prova ne è che, negli ultimi tempi, sempre più spesso e da più parti, si senta l’esigenza di richiamarne l’importanza. L’ha fatto addirittura il Papa in più occasioni. Ma pubblicizzarlo e parlarne in termini positivi non è sufficiente per diffonderlo. Perché entri a far parte del DNA di una comunità, infatti, l’agire un valore deve essere premiante soprattutto in termini di riconoscimento e di appartenenza.
E non sfugge a nessuno che, in Italia, a tutti i livelli i comportamenti attualmente premiati siano assolutamente in contrasto con il coraggio. Parlo a titolo di esempio del sapersi muovere, del saper vivere, del non esporsi, del manifestare comunque e ovunque l’assenso, del non mettersi contro quello o quell’altro, dell’andare d’accordo con tutti. Che la figura di riferimento, per capirci, non sia più l’eroe leggendario ma il simpatico paraculo.
Il coraggioso, per completare il concetto, o si configura come pesante, polemico, rompiscatole, che non gli va mai bene niente; o come un povero Don Chisciotte incapace di guardare la realtà, ‘uno che prima o poi, vedrai, si arrenderà pure lui’, ‘uno che se continua così chissà dove lo manderanno’. Uno che diciamocela tutta, con le dovute eccezioni di nicchia, non riscuote certo un apprezzamento sociale. Che c’è, forse, solo per i più famosi e solo post mortem, quando tutti si sbracciano, sull’onda emotiva, a dichiarare di averli sempre considerati dei grandi.
Quando ero più giovane pensavo che chi non si ribellava a ciò che non gli piaceva, fosse un pusillanime. E di fatto lo penso tuttora. Oggi, però, sono arrivata alla conclusione che ci possa anche essere qualcuno fra questi che non agisca il coraggio, non perché codardo, ma perché lo ritenga totalmente inutile se non sprecato. Pur comprendendo, continuo a dissentire. Ma questo perché voglio che la mia vita sia un film memorabile, non un cinepanettone. E continuo a preferire l’eroe di azione o di pensiero al simpatico paraculo (peraltro la maggior parte non è neanche così simpatica!). E mi piace pensare che il coraggio tornerà di moda. E mi piace pensare che ci siamo quasi.
Buongiorno ottimista!
Immagine presa dal web
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