Bilanci di fine anno

Ieri riprendendo le fila dell’anno passato con un amico che vedo ormai solo a Natale, ho più o meno fatto un riassunto di tutti gli accadimenti del 2018 dividendoli, nel tentativo di mettere in ordine, tra belli e brutti. E ne è venuto fuori, a dispetto di un mood attuale non proprio positivo, un bilancio di tutto rispetto. Ripercorrendo i 12 mesi, tra le cose belle e brutte insieme c’è sicuramente Marco. Di fronte a me c’è un figlio che è cresciuto, maturato e che è anche riuscito a barcamenarsi meglio tra la scuola, lo sport che ama e gli altri mille interessi, ma anche un adolescente continua a sfidarmi con costanza, mettendo a dura prova la mia pazienza e la mia capacità relazionale. Non facile. Lato cose belle, metto senza dubbio il lavoro che, nonostante una fatica spesso legata a termini non sostanziali, mi ha dato la soddisfazione di risultati concreti che ho raccolto, soprattutto, nei sorrisi delle persone. Lato solo brutte, ci sono tutte le presenze non risolte e al momento inalienabili che mi stanno vicino e che anche quest’anno, mi hanno fatto soffrire e appesantito troppi giorni. Punto questo forse più negativo fra tutti ma fortunatamente contrappesato da famiglia e amici straordinari che mi hanno consentito di osservare i fatti, in molte circostanze, più con pena che con rabbia. E poi c’è stata tanta vita e un grande investimento su me stessa per riuscire a viverla meglio possibile; come l’incontro con la mindfulness, i tanti momenti di relax singoli o comunitari, lo scrivere, il leggere e l’imprescindibile salvifico cazzeggio.

La salute quest’anno, per la prima volta, ha vacillato non poco ma con tutte patologie superabili. Che anche questa, dopo aver temuto il peggio, va bene così.

Insomma alla fine davvero non male. Provateci anche voi se non ne avete avuto già occasione di tirare le somme. Può essere utile per non farvi ingannare dalla malinconia della fine dell’anno. E soprattutto per prepararvi a buttare via le cose giuste il 31 dicembre a mezzanotte.

Le mamme rompiscatole

Qualche giorno fa, durante uno dei nostri confronti serrati, mio figlio mi ha detto che se avesse potuto scegliere sua madre non avrebbe mai scelto me. L’ho ringraziato per avermi dato la conferma che stavo facendo un buon lavoro. E che non fosse una battuta, l’ha capito anche lui restando male per non essere riuscito a portare a segno il colpo. 

Sta crescendo ed è assetato di nuove esperienze, di sentirsi autonomo, libero. Di poter disporre del proprio tempo senza ostacoli. Di non avere una voce della coscienza in carne e ossa (più carne che ossa!) che gli ricordi i doveri prima dei piaceri. Che cerchi di mettere in ordine le sue giornate. Che lo aiuti a pianificare lo studio, a ritagliarsi momenti di relax alternativi alla play. Lo spinga a dormire un numero sufficiente di ore, a non fare tardi a scuola rimandando di 5 minuti in 5 minuti la sveglia. A mangiare, non dico sano, ma almeno responsabilmente.

Parliamo tanto, quando vuole lui. Mi chiama decine di volte soprattutto per cambiare i piani o cercare di farlo. E non c’è giorno in cui non discutiamo. È faticoso per entrambi ma non c’è altra strada per insegnargli a portare avanti le sue ragioni. Sarebbe più facile cedere  ma sono convinta che ne farei un uomo incapace di guadagnarsi ciò che vuole. E soprattutto di scegliere e capire ciò per cui vale la pena di combattere e ciò per cui non ne vale affatto. 

Ha i suoi segreti. La sua vita in cui io non ci sono. Che prenderà sempre più tempo. Una lenta prepararazione a lasciare il nido. Che non è neanche tanto una metafora pensando a come rifà il suo letto. 
Quando succederà mi mancherà, ma non troppo. E lui lo sa. Non dovrà preoccuparsi di me. 

Le mamme rompiscatole hanno un vantaggio: la libertà te la danno quando pensano che tu sia in grado di gestirla e godertela, non prima, ma da allora non te la tolgono più. Ed è il più grande regalo che possano farti.

Io lo so per esperienza. Auguri mamma!

Il buongiorno del 5 ottobre

Mi sono svegliata alle 4, troppo presto per alzarmi se voglio arrivare viva alla fine della giornata ma non c’è verso di riprendere sonno. In questo periodo il fine settimana non mi basta per recuperare la settimana lavorativa. Non riesco in due giorni a spegnere completamente il cervello. il da farsi è talmente tanto che anche quando faccio cose divertenti e rilassanti la mia testa fugge al dovere. Casa, famiglia, lavoro. Ogni ambito ha la sua lista che si ripopola senza soluzione di continuità ogni volta che mi sembra di essere giunta a buon punto. Effetto Penelope. Con la differenza che non sono io a disfare quanto prodotto e non aspetto nessuno. Sono semplicemente vittima di fenomeni paranormali. In casa si sta ribellando ogni cosa, dall’elettricità all’acqua, alla porta. Mio figlio è stato sicuramente rapito dagli extraterrestri che in cambio me ne hanno lasciato un altro a cui non sta bene nulla: dalla sua stanza, all’alimentazione, ai tempi di studio e di relax, con una propensione al dibattito che neanche nei migliori anni ’70. Per arrivare al lavoro in cui mi capita, invece, più o meno la stessa cosa di quando entro dal parrucchiere  sicura di necessitare di una semplice messa in piega e invece mi convincono che sono indispensabili un trattamento alla keratina, un nuovo colore, mèches, shatush e acconciatura da cerimonia.

Nonostante ciò, sta iniziando un’altra settimana ed è comunque, sempre, senza alcun dubbio una gran bella notizia. 

Mai dimenticarlo. 

Second life on the road

 E’ domenica sono quasi le 19, prendo il treno, con mio figlio per tornare a Roma da Milano e mi arriva una mail di Roberto: ‘Ciao Maru amica mia, ti stavo pensando e così ho pensato di inviarti questo… un bacio grande.’

Lo guardo e capisco il messaggio. È vero, un giorno sono salita su un treno e ho detto addio alla Maru con la stola di piumone, a chi l’aveva disegnata e anche a chi aveva dimostrato di volerle bene. Senza voltarmi indietro. Mai. Quasi mai.

Eppure di storie da raccontare ne avrei tante. Forse di più e anche più belle di prima ma sopraffatta dalla stanchezza di una vita nuova e senza rete, finisco per  perdermi gli attimi e le ispirazioni. E soprattutto finisco per rinunciare ad osservare la magia del mondo. 

Come quella di questa sera.

Arrivati alla Stazione Centrale abbiamo subito sentito le gallerie rimbombare dei cori dei tifosi della Fiorentina e subito dopo dei contro cori, improvvisati ma comunque potenti, di interisti in transito. Mentre sorridevo cercando di sotrarre Marco dalla voglia di farsi coinvolgere, ci giungono urla dalla scala mobile. Ci voltiamo e, in un secondo, si crea all’uscita del nastro un mucchio di vestiti, valigie, teste e braccia, buste e cappelli. Un operatore blocca la scala e rimane bloccato a sua volta. Guarda basito per qualche secondo quel miscuglio senza sapere, parrebbe, dove mettere le mani. Piano piano i corpi si separano dai bagagli e faticosamente si alzano anche grazie a tante mani tese. Sono anziani in gita. Uno di loro è inciampato in una valigia e quelli dietro lo hanno seguito, in una sorta di domino fatale. Superata la paura iniziale, ridono a crepapelle, contagiosi. Solo allora, sollevati dal ‘nulla di grave’ ci incamminiamo verso il treno. Dopo un po’ sui cartelloni appare il nostro binario e a passo veloce ci dirigiamo verso la nostra carrozza. E alla scala del vagone li ritroviamo tutti li che cercano di salire caricando contemporaneamente le valigie. Li guardo da dietro e poi mi offro di dare una mano. Ringraziano e continuano a ridere. Penso in un lampo che vorrò essere proprio così alla loro età. 

Saliamo anche noi. Il vagone è pieno di questa allegra compagnia. Uno di loro si alza per darmi una mano a caricare sulla cappelliera una busta con degli acquisti che ho fatto mentre sua moglie, elegantissima in un pantalone grigio di lana e una camicia fiorata, si toglie con naturalezza le scarpe per indossare un paio di babbucce. 

 

Ridono, parlano, chiedono gli uni agli altri suggerimenti di enigmistica, si fanno selfie. Ridono.

Ed io li sento. Ed io rido. 

E capisco cosa vuol dire che gli amici veri li riconosci nel momento del bisogno.

Grazie Roberto, un bacio anche a te! 

Notti prima degli esami

Lo guardo mentre di sabato sera ripassa geografia e ogni tanto mi chiede consiglio su cosa poter evitare di ripassare (!). La sua competenza più spiccata è sicuramente il pensiero strategico. 

Lunedì inizieranno i suoi esami di terza media e fra qualche giorno anche questo ciclo sarà finito. Un’altra tappa raggiunta. Un altro passo del ragazzo verso l’uomo che sarà.

13 anni quasi 14, un nido intricato di capelli in testa, urlo facile in qualsiasi contraddittorio e una voglia di muoversi e programmare che fa paura pure ad una come me. Ma anche un desiderio costante di sciogliere, passato il primo momento di tensione, qualsiasi incomprensione tra noi. Lo vedi arrivare con determinazione, dopo ogni discussione/litigio, con quell’ ‘adesso parliamo!’ che sembra una minaccia ed è invece solo voglia di chiarire per poi buttarsi in un abbraccio o in una coccola che gli sono ancora necessari, nonostante l’adolescenza incipiente.  

 

Lo guardo di nuovo e lo trovo sopraffatto dal peso della cultura. E rido pensando al suo argento vivo battuto da un libro.

Buonanotte amore mio! E buonanotte a tutti i ragazzi, anche più grandi, che vivono un passaggio faticoso ma importante come il tuo. Mi permetto di darvi un piccolo consiglio: godetevelo! Oggi non ci potreste mai credere ma ci sarà un giorno che penserete con nostalgia a momenti come questo.

Il buongiorno del 5 febbraio

Gli eventi traumatici della vita o ti uccidono o finiscono per renderti più forte e consapevole. La mia separazione, per esempio, ha attraversato i miei giorni come uno tzunami ma oggi a quasi due anni data è solo uno spartiacque. Quello che mi consente di distinguere tra un prima e un dopo. Tra una prima vita e una seconda. E di guardare a questa mia second life con un’attenzione che non ho avuto nella precedente. Nel mio caso la frattura del divenire è stata decisa. Ad altri succede. Nel mio caso più di qualcuno mi ha detto che sono una donna coraggiosa ad aver rinunciato al sicuro per l’insicuro in un’età in cui di solito si pensa all’arrivo della maturità e a godersi le sicurezze, non certo a ricominciare. Ci ho pensato e, detto che non mi sento ancora sulla via del tramonto (!), credo in tutta sincerità che ci voglia più coraggio a restare dove non ci piace più stare che ad andare via. Che ognuno proietti sugli altri il proprio mondo e che mi dispiace, in questo senso, che ci sia chi alla mia età pensi a che l’unica alternativa possibile sia tirare i remi in barca. Al contrario considero un vero regalo questa seconda chance anche perché non è detto ne seguirà, nel caso, una terza. Me la coccolo. Me la costruisco giorno dopo giorno. Decidendo, ove possibile, cosa voglio ci sia e cosa no. Chi voglio dentro e chi no. Con un cinismo che non pensavo mi appartenesse. Contro nessuno. Solo per me. E di conseguenza per Marco.
Mentre scrivo fuori diluvia. Fuori. Fuori tuoni, lampi, scrosci di pioggia. Li sento. E come sempre mi prende una sensazione di incomprensibile timore che combatto riacciuffando la certezza, che sembra ogni volta vacillare, che sono al sicuro e che lo è anche mio figlio. Esattamente come nel quotidiano. Paure da ricondurre e certezze da spolverare. Sorrido. E mi sento felice. Ce la posso fare.

Buongiorno… Oggi il sole fuori stenterà, accendiamo quelli dentro.

Il buongiorno del 3 febbraio

Ieri sera torno a casa e trovo Marco che sta ancora studiando con un suo compagno. Mi chiedo se non si siano fiondati sul tavolo a recitare la parte appena sentito il citofono ma decido di godermi il momento e soprassiedo. Invitiamo Valerio a restare con noi a cena. Mangiamo e subito dopo loro si mettono a giocare. Sistemo la cucina e poi, come sempre quando si ferma qualche amico di mio figlio, lo riaccompagno a casa. In questo caso giusto due passi a piedi. Lui non si oppone ma quello stacco di altezza in più a suo vantaggio, per la prima volta mi creano il dubbio sull’opportunità, o meglio sulla reale utilità, di questo gesto. Torno e Marco mi annuncia che vorrebbe l’indomani uscire con i suoi amici. Che dopo tutte le verifiche di fine quadrimestre se lo merita. Gli ricordo che l’ultima settimana è stato a casa, malato per carità, ma non certo soggetto a stress e che visto che 3 volte a settimana fa lo sport che ha scelto di fare e in quei pomeriggi non riesce a fare altro, deve sfruttare gli altri giorni per studiare. Che non voglio limitare la sua libertà ma solo richiamarlo ai suoi impegni. Niente da fare, parte il fiume in piena. Lui è un segregato in casa ed io, anche secondo il parere dei suoi amici (‘scusa ma te lo devo dire!’), la madre più rompiscatole della storia. Mi viene in mente che ho appena accompagnato a casa un giocatore di basket e mi chiedo se non abbia ragione lui. Se non sia il caso di mollare un po’ gli ormeggi e fargli assaggiare il mare. Di rischiare che si perda per renderlo capace di ritrovare la strada. Ieri sera ho fatto lo sforzo di ascoltarlo senza sminuire i suoi lamenti. Senza l’arroganza di chi ne sa di più ed opera per il suo bene e ho capito che bisogna che trovi nuove soluzioni per sedare quella sofferenza/insofferenza. Che è arrivato il momento di dargli fiducia e provarlo un po’ sul campo. Lo devo fare. Per lui e anche per me. Sono le 4 e sono sveglia. No, non è insonnia. Marco si è svegliato per andare in bagno ed invece di tornare in camera sua mi si è buttato addosso e ha svegliato anche me. La scusa è sempre il freddo e che la mia stanza è più calda. Magari sarà anche così. Ma magari è che anche lui è combattuto tra restare piccolo e diventare grande. E mentre ormai riaddormentato gli accarezzo i capelli, mi rendo conto che la strada è una sola ed è quella di aiutarlo a volare. Anche e soprattutto perché se non apro ora le mie braccia rischio di non farlo più. E sarebbe un dramma per lui, per me e più di tutti per la mia futura nuora.

Buongiorno a chi è al primo volo ma anche a chi, esperto, deve infondergli coraggio e fiducia. Che non si sa, davvero, chi abbia la prova più difficile.

Il buongiorno del 27 dicembre

Sono passati 4 giorni dal mio ultimo post e sono stati giorni così pieni che mi sembra siano passati mesi. Sono tornata a casa dal mio breve e intenso viaggio in tempo per la vigilia. Mi sono cambiata rapidamente, ho preso l’auto in garage e sono andata a prendere i miei per andare a festeggiare da mio fratello e mia cognata. Siamo stati da loro anche il giorno dopo quando ho avuto con me anche Marco. Un Natale caldo, bello, piacevole. Leggero. Di cappelli da Babbo Natale la sera e di chiacchiere da palestra il giorno. Di conto alla rovescia autogestito per scartare i regali da parte dei piccoli. Di imperversare di novelli campanelli augurali con messaggi di affetto vicini anche se lontani. E a volte lontani anche se vicini. Di addobbi piumati eleganti, di verde, di luce. Di cibo allegro e abbondante. Di sorrisi. Di risate. Un Natale imprevisto. Tante preoccupazioni passate in un bel calice di vino rosso, alzato in occasione di un momento felice. In famiglia. In una famiglia allargata per una volta non da me. In cui io per una volta non accoglievo ma sono stata accolta, come gli altri. Quello di cui avevo inconsapevole bisogno.
Ieri poi, dopo il bagno di folla, sono rimasta da sola a casa, nel silenzio rotto solo dalla TV. Dai film di Natale. Irrinunciabili compagni del Santo Stefano. Quest’anno, non per scelta ma con serena accettazione, da sola e soprattutto senza avanzi. Ho perso a causa di un ritardo senza tempo un appuntamento il pomeriggio e poi in catena gli altri. Ho dormito tanto. Ho recuperato. Stamattina voglio andare a camminare. Poi a fare la spesa. Poi forse ho un impegno. Poi stasera forse pure. Forse no. Due giorni e torna il mio piccolo tzunami a casa. E addio a queste giornate che si srotolano lentamente e senza programmi.
È ora del caffè… Forse.
Buongiorno.

Il buongiorno del 5 dicembre

Mi sono svegliata da poco. Tardissimo. Ho aperto la finestra e sono tornata a letto. Fuori piove. Sento il rumore delle macchine che passano veloci sul bagnato. Sento voci arabe, di cui non riesco ad interpretare neanche il tono, risalire dal bar. In casa un gran silenzio. È stata una settimana impegnativa. Al lavoro, con Marco, con il mondo dei sentimenti in generale. E stamattina mi sento frastornata ma con il cuore meno malconcio del solito. Sarà perché si impara a proteggersi ma anche ad accogliere abbracci e carezze inaspettati. E ieri ne ho ricevuti tanti. Via web e live. Una bella sensazione che non voglio mescolare alla fatica delle grandi manovre di cui la mia casa avrebbe bisogno. Quindi resto a letto a leggere, mangio, vedo un po’ di TV. Il mio fine settimana sarà lunghissimo e troverò senz’altro spazi per dedicarmi anche alla casa. È soprattutto la camera di Marco a preoccuparmi. Auto produce immondizia ed è piena di inutilità. Un po’ lui che raccatta ogni oggetto a cui gli sembra di poter regalare una nuova vita. Un po’ l’accumulo automatico seriale di matite, fogli, pupazzi, figurine, fogli, carta, palloni, pallette, strumenti di giocoleria, carte…. Scarpe numero 43 che occupano uno spazio importante che sembrano camminare e parcheggiarsi da sole. Felpe, scatole vuote di caramelle per l’alito che da qualche mese rappresentano una spesa importante. Biglietti d’auguri, del cinema. Ricordi, pietre, braccialetti. E una massa indistinta di oggetti da lui ritenuti cult, raccolti nel tempo, e di cui non riesco a convincerlo a disfarsi. Per iniziare ci vuole coraggio e poi tanta determinazione. Perché bisogna iniziare e arrivare alla fine. Fermarsi a metà sarebbe un dramma. Ci penso. Mi predispongo spiritualmente. Lo farò. Senza fretta. Lo farò. Ma non ora.
È davvero una bella sensazione aver imparato a darsi delle priorità per stare bene. Si mettono le cose in coda, si procede con ordine e si arriva alla meta senza affanno. Quasi 50 anni per capirlo ma ne valeva davvero la pena.

Buon pezzo di giorno rimasto che a me non sembra affatto poco!