Le mamme rompiscatole

Qualche giorno fa, durante uno dei nostri confronti serrati, mio figlio mi ha detto che se avesse potuto scegliere sua madre non avrebbe mai scelto me. L’ho ringraziato per avermi dato la conferma che stavo facendo un buon lavoro. E che non fosse una battuta, l’ha capito anche lui restando male per non essere riuscito a portare a segno il colpo. 

Sta crescendo ed è assetato di nuove esperienze, di sentirsi autonomo, libero. Di poter disporre del proprio tempo senza ostacoli. Di non avere una voce della coscienza in carne e ossa (più carne che ossa!) che gli ricordi i doveri prima dei piaceri. Che cerchi di mettere in ordine le sue giornate. Che lo aiuti a pianificare lo studio, a ritagliarsi momenti di relax alternativi alla play. Lo spinga a dormire un numero sufficiente di ore, a non fare tardi a scuola rimandando di 5 minuti in 5 minuti la sveglia. A mangiare, non dico sano, ma almeno responsabilmente.

Parliamo tanto, quando vuole lui. Mi chiama decine di volte soprattutto per cambiare i piani o cercare di farlo. E non c’è giorno in cui non discutiamo. È faticoso per entrambi ma non c’è altra strada per insegnargli a portare avanti le sue ragioni. Sarebbe più facile cedere  ma sono convinta che ne farei un uomo incapace di guadagnarsi ciò che vuole. E soprattutto di scegliere e capire ciò per cui vale la pena di combattere e ciò per cui non ne vale affatto. 

Ha i suoi segreti. La sua vita in cui io non ci sono. Che prenderà sempre più tempo. Una lenta prepararazione a lasciare il nido. Che non è neanche tanto una metafora pensando a come rifà il suo letto. 
Quando succederà mi mancherà, ma non troppo. E lui lo sa. Non dovrà preoccuparsi di me. 

Le mamme rompiscatole hanno un vantaggio: la libertà te la danno quando pensano che tu sia in grado di gestirla e godertela, non prima, ma da allora non te la tolgono più. Ed è il più grande regalo che possano farti.

Io lo so per esperienza. Auguri mamma!

Pressione

pressioneSe penso alla pressione mi viene in mente la pentola che si libera attraverso le valvole, con un fischio stridulo e allarmante, solo una volta che il cibo ė cotto. Dopo si attende qualche minuto e poi ci si può mettere a tavola per godersi la pietanza.

Mi piace pensare alla pressione come ad un elemento positivo. Sotto pressione, personalmente,  rendo di più, faccio più cose. Alla fine della giornata, anche se svengo dalla stanchezza, mi sento viva e capace. Questo però in una situazione in cui tutto funziona.

Per riprendere la metafora, questo vale solo se nella pentola ci sono ingredienti di qualità, se la ricetta ė giusta, se il calore del fuoco ė costante e se le valvole di sfogo sono aperte e funzionanti. Anche solo la mancanza di uno di questi elementi pregiudica il risultato. In particolare, se la pressione resta dentro quando ė il momento di uscire, nel migliore dei casi il cibo si brucia, nel peggiore la pentola esplode distruggendo contenuto e ambiente esterno.

Che è poi la situazione estrema e meno auspicabile perché a quel punto non si salva nulla o quasi. E bisogna ricominciare da capo. Più stanchi e certamente con meno entusiasmo.

Sono molto attenta a far in modo che la pressione evapori al momento giusto attraverso innocui ed efficaci meccanismi.

Questo però non mi riesce quasi mai con mio figlio. Credo di averlo già detto. Trovo che la nostra generazione sia davvero sfigata: quando eravamo piccoli guai a non ubbidire ai genitori, agli insegnanti o a non rispettare i grandi in generale, e poi quando siamo diventati grandi noi e pensavamo di poter finalmente stabilire le regole appellandoci al ruolo, tutto ė cambiato. Con i figli si discute, ci si confronta si dialoga per addivenire ad un punto di contatto che tradotto vuol dire che ogni giorno si affronta una battaglia con dei piccoli mostri che si ribellano a qualsiasi autorità senza neanche aspettare, spesso, la scusa dell’adolescenza. Che ti costringono ad estenuanti negoziazioni che sfogano spesso in delirio collettivo. E mentre noi avevamo e abbiamo una vita sola, questi, nati nell’era dei videogiochi, ne hanno almeno tre e si ricaricano. Sono invincibili. Senza contare che basta che chi ti sta intorno – un passante, un parente/amico o un insegnante – pensi e ti faccia capire che sei tu che non ci sai fare, che quel carico in più, anche piccolo a piacere, innesca la fatale scintilla e ti ritrovi a cercare una via d’uscita nel fumo nero.

Parlando del mio caso specifico, non voglio deresponsabilizzarmi e dare la colpa alle scie chimiche ma qualcosa deve essere successo anche fuori dal mio raggio di azione o di quello del padre. Io so solo che mio figlio ė l’unico che mi fa perdere la testa sia in positivo che in negativo. E che con la lui la depressurizzazione non funziona. Ci parli, non ci parli, lo tratti con dolcezza,  lo maltratti, sembra tutto inutile. E lo è finché non è lui a decidere di far pace e  di chiarire. Momenti di grazia in cui ci si scambia grandi promesse su come dovrà andare da lì in poi che ti donano speranze che durano al massimo una giornata e poi si ricomincia. Ci sono genitori che ti hanno preceduto nell’esperienza che ti dicono, guardandoti con occhi persi nel vuoto, che durerà anni. Di abituarsi. Ci sono siti, letteratura, gruppi di sostegno e addirittura App nate per sostenere  le famiglie in cui sono presenti adolescenti. Il problema ė che bisogna anche lavorare, sistemare la casa, fare la spesa, cucinare. Altrimenti rischi, oltre al disastro, che ti si attribuiscano anche altri motivi di inadeguatezza.

Diciamocelo, la pentola a pressione, quando pensa a noi, si sente una signora.

Buona giornata!

Il disegno è di Roberto che sa cogliere sempre il nocciolo delle pochezze da me raccontate.

Il buongiorno del 5 ottobre

Mi sono svegliata alle 4, troppo presto per alzarmi se voglio arrivare viva alla fine della giornata ma non c’è verso di riprendere sonno. In questo periodo il fine settimana non mi basta per recuperare la settimana lavorativa. Non riesco in due giorni a spegnere completamente il cervello. il da farsi è talmente tanto che anche quando faccio cose divertenti e rilassanti la mia testa fugge al dovere. Casa, famiglia, lavoro. Ogni ambito ha la sua lista che si ripopola senza soluzione di continuità ogni volta che mi sembra di essere giunta a buon punto. Effetto Penelope. Con la differenza che non sono io a disfare quanto prodotto e non aspetto nessuno. Sono semplicemente vittima di fenomeni paranormali. In casa si sta ribellando ogni cosa, dall’elettricità all’acqua, alla porta. Mio figlio è stato sicuramente rapito dagli extraterrestri che in cambio me ne hanno lasciato un altro a cui non sta bene nulla: dalla sua stanza, all’alimentazione, ai tempi di studio e di relax, con una propensione al dibattito che neanche nei migliori anni ’70. Per arrivare al lavoro in cui mi capita, invece, più o meno la stessa cosa di quando entro dal parrucchiere  sicura di necessitare di una semplice messa in piega e invece mi convincono che sono indispensabili un trattamento alla keratina, un nuovo colore, mèches, shatush e acconciatura da cerimonia.

Nonostante ciò, sta iniziando un’altra settimana ed è comunque, sempre, senza alcun dubbio una gran bella notizia. 

Mai dimenticarlo.