Uomini che hanno paura

  Torno sul tema delle donne di porcellana e delle altre. Le prime sono quelle che stimolano tenerezza, soccorso, premure. Non ce la fanno, vanno aiutate, sostenute, protette. Di solito sono piccole e magre. Hanno voci flautate o infantili. Sono curate sempre. Stimolano senza fatica il sostegno e l’aiuto. E tutti, uomini e donne, si muovono per loro. I loro uomini, in particolare, stravedono e mai si sognerebbero di preoccuparle. Di farle soffrire manco a parlarne. 

Poi ci sono le altre. Quelle forti. Quelle che ti ci puoi appoggiare. Quelle che organizzano, dispongono, decidono, valutano e consuntivano. Quelle che infondono fiducia, sorridono. Che cercano sempre una soluzione e ne trovano una comunque. Le cosiddette colonne. Sono magre, grasse, alte, basse, belle, brutte. Sono quasi tutte. A quelle, pure se le vedono boccheggiare, non chiedono mai se hanno bisogno. Ce la faranno sicuramente. Anche se le vedono con il fiato corto, si dicono che non sono in difficoltà. Al massimo stanno sbadigliando.

Il punto è che le seconde, ahimè, spesso non sono femminili. Spaventano. Allontanano. Non si rilassano mai. Sono sempre e troppo sul pezzo. Perché gli uomini si appoggiano, anzi si buttano a peso morto, affidano tutto l’affidabile e anche di più ma, attenzione, non amano mai sentirsi in scacco. Non amano sentire che la donna che gli è accanto da e fa di più, ed è più forte di loro. 

Ho provato a capire meglio.

Cioè (da immaginarsi pronunciato con gomma americana tra i denti), si appoggiano, lasciano che gli si tolgano le castagne dal fuoco, si fanno consolare delle quotidiane delusioni, non prendono iniziativa se non costretti da calorosi incitamenti, si abbattono facile, non offrono in cambio nulla spontaneamente se non in rari e memorabili istanti, e sono pure loro che si allontanano? E noi ci rimaniamo pure male? 

Ovvio che trattasi di esagerata generalizzazione utile al ritmo della scrittura. Ci sono pure quelli diversi. Una volta ho conosciuto una che raccontava di averne incontrato uno, non mi ricordo dove. 

Buona giornata alle porcellane ma di più alle colonne che ne hanno più bisogno! ❤️

p.s. A quelli che dicono che è colpa di chi fa troppo perché non offre all’altro la possibilità di esprimersi, vorrei dire che più volte, nell’attesa, ho rischiato gli stenti. 

Il buongiorno del 3 febbraio

Ieri sera torno a casa e trovo Marco che sta ancora studiando con un suo compagno. Mi chiedo se non si siano fiondati sul tavolo a recitare la parte appena sentito il citofono ma decido di godermi il momento e soprassiedo. Invitiamo Valerio a restare con noi a cena. Mangiamo e subito dopo loro si mettono a giocare. Sistemo la cucina e poi, come sempre quando si ferma qualche amico di mio figlio, lo riaccompagno a casa. In questo caso giusto due passi a piedi. Lui non si oppone ma quello stacco di altezza in più a suo vantaggio, per la prima volta mi creano il dubbio sull’opportunità, o meglio sulla reale utilità, di questo gesto. Torno e Marco mi annuncia che vorrebbe l’indomani uscire con i suoi amici. Che dopo tutte le verifiche di fine quadrimestre se lo merita. Gli ricordo che l’ultima settimana è stato a casa, malato per carità, ma non certo soggetto a stress e che visto che 3 volte a settimana fa lo sport che ha scelto di fare e in quei pomeriggi non riesce a fare altro, deve sfruttare gli altri giorni per studiare. Che non voglio limitare la sua libertà ma solo richiamarlo ai suoi impegni. Niente da fare, parte il fiume in piena. Lui è un segregato in casa ed io, anche secondo il parere dei suoi amici (‘scusa ma te lo devo dire!’), la madre più rompiscatole della storia. Mi viene in mente che ho appena accompagnato a casa un giocatore di basket e mi chiedo se non abbia ragione lui. Se non sia il caso di mollare un po’ gli ormeggi e fargli assaggiare il mare. Di rischiare che si perda per renderlo capace di ritrovare la strada. Ieri sera ho fatto lo sforzo di ascoltarlo senza sminuire i suoi lamenti. Senza l’arroganza di chi ne sa di più ed opera per il suo bene e ho capito che bisogna che trovi nuove soluzioni per sedare quella sofferenza/insofferenza. Che è arrivato il momento di dargli fiducia e provarlo un po’ sul campo. Lo devo fare. Per lui e anche per me. Sono le 4 e sono sveglia. No, non è insonnia. Marco si è svegliato per andare in bagno ed invece di tornare in camera sua mi si è buttato addosso e ha svegliato anche me. La scusa è sempre il freddo e che la mia stanza è più calda. Magari sarà anche così. Ma magari è che anche lui è combattuto tra restare piccolo e diventare grande. E mentre ormai riaddormentato gli accarezzo i capelli, mi rendo conto che la strada è una sola ed è quella di aiutarlo a volare. Anche e soprattutto perché se non apro ora le mie braccia rischio di non farlo più. E sarebbe un dramma per lui, per me e più di tutti per la mia futura nuora.

Buongiorno a chi è al primo volo ma anche a chi, esperto, deve infondergli coraggio e fiducia. Che non si sa, davvero, chi abbia la prova più difficile.

Il buon pomeriggio del 6 novembre

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Ieri sera teatro a vedere Presta e Paiella. Serata davvero molto divertente. Torno a casa col sorriso che è tardi. Durante la notte sogno di provare strane sensazioni. Sul viso e nella gola. Mi sveglio, vado in bagno, mi specchio e dall’altra parte vedo un mostro. La parte delle mia bocca sinistra è gonfia come un canotto, così come la guancia fin sotto l’occhio. Non riesco a deglutire e le labbra continuano a gonfiarsi. Mi spavento. Non perché di solito dallo specchio mi sorrida Venere ma perché quella là non posso proprio essere io. E la respirazione affannosa incrementa lo stress. È sicuramente un attacco allergico e non bisogna perdere tempo. Chiamo la guardia medica che mi dice di prendere una dose abbondante di bentelan e poi di andare al pronto soccorso. Sono sola, Marco è dal padre e la mia macchina è in garage. Vorrei chiamare qualcuno ma alle 5 rischio di far prendere a chiunque un infarto. Decido per mio fratello che so, si alza presto. Mi dice che arriva ma dopo mezz’ora non è ancora arrivato. Decido per l’ospedale più vicino a casa e mi incammino a piedi. Oggi c’è pure allerta meteo ma fortunatamente non piove. Ogni passo mi pesa come se stessi facendo arrampicata libera. Che non l’ho mai fatta e ora ho capito perché. Arrivo, mi visitano subito e mi chiedono se sono sempre così… Li guardo offesa e mi rispondono che loro mica mi conoscevano prima. Punto per loro. Incasso. Mi guardano la gola. Lo sguardo del medico è preoccupato. L’infermiere torna con due belle siringhe: altro cortisone e dose aggiuntiva di antistaminico. Poi il medico mi dice che devono tenermi in osservazione e di aspettare. Intanto è arrivato mio fratello che appena mi vede ride è mi dice che sono più bella del solito. Restiamo fuori. Ci siamo solo noi in sala d’aspetto e lui mi dice ‘Ma come mai qui non c’è nessuno? Negli altri pronto soccorso c’è sempre la guerra… Ma dici che è buono?’. Esce un’infermiera e prima che io possa chiederle se può dire al medico se mi controlla in modo che possa andare, mi chiede ‘Ha visto il portantino? Sa c’è stato un codice rosso e c’è bisogno di pulire la sala dove i medici visitano’. E al mio no se ne va lasciandomi con la faccia appesa. Mio fratello mi guarda e mi dice ‘Ma ci lavora lei qua, o te? Solo a te ti si rivoltano sempre le situazioni!’ . Dopo qualche minuto il medico mi chiama e mi dice che gli effetti dell’attacco stanno rientrando. È tranquillizzante e cortese. Ride del pericolo scampato e mi dice di tenere sempre con me del cortisone ma che io vada oggi stesso dal mio dottore di famiglia che saprà decidere per il meglio. Andiamo via. Ha cominciato a piovere. Oggi a Roma è previsto diluvio universale. Fino a quel momento aveva fatto solo due gocce ma arriviamo alla macchina con le scarpe bagnate. Le foglie non consentono all’acqua di defluire negli scoli. Mi accompagna a casa e se ne va. Mi addormento. Salta il buongiorno, la giornata di lavoro e altro eventuale. Ho avuto paura, non poca, ma ho capito che con quello scemo di mio fratello anche un episodio così può diventare cabaret. E che chiamandolo, non era affatto scontato, arriva. Per carità, la devastante pioggia annunciata, con conseguente chiusura precauzionale delle scuole, la dice lunga sugli effetti del suo gesto ma la verità vera è che non mi ha lasciata sola. E che io l’ho molto apprezzato.

Roberto mi ha mandato un messaggio mentre ero in ospedale e non ha potuto anche lui evitare simpaticamente di infierire.

Buon pomeriggio cortisonico!