Il buongiorno del 9 novembre

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‘Sono sicura che da qualche parte del mondo ci sia qualcuno a cui possiamo piacere così come siamo’.
‘Sono sicuro che non ci sia nessuno al mondo che potrebbe piacermi’. Lo guardo e lui finisce ‘A parte lei!’.
Un incontro in tuta da ginnastica con qualcuno con cui le formalità non hanno necessità di esistere. Chiacchiere in libertà in una calda serata di novembre per allungare di due ore una giornata di quelle che non vorresti finiscano mai. Che non è il tuo compleanno, il tuo matrimonio o quella in cui è nato tuo figlio. Semplicemente stai bene. C’è stato il sole, tutto si è incastrato. Anche un caffè con cioccolato da 1000 calorie. Qualcuno ha guidato per te, e non solo l’auto. Hai trovato la tua amica in ospedale con il sorriso più bello che le hai mai visto addosso. Sei tornata a casa, ti sei messa comoda. Ti sei accorta di avere fame ma senza voglia di cucinare. E che sono bastati un paio di messaggi per risolvere anche questo. Perché dopo poco sei in moto con un casco degli anni ’60 in testa, allacciata alla schiena di qualcuno con cui le formalità non hanno necessità di esistere. E a cui puoi dire, senza problemi, ‘accompagnami a mangiare un panino’. Qualcuno che, paradossalmente, hai ritrovato con il pane ma senza denti. Che si strugge per un amore che non sa più se sia l’amore giusto ma che continua a volere. Almeno per un altro tempo. Perché la vita finisce e non si ha più tempo. Che provo a convincerlo che non è depresso ma triste. E che per farmi capire che comprende il mio sforzo, sostituisce nella conversazione depresso e depressione con triste e tristezza. Pur se sappiamo entrambi che non ci crede neanche un po’. Che mi riaccompagna a casa e mi dice che aspetta io salga ed accenda le luci. Che gli dico con un sorriso di andare, che non ce n’è bisogno. Perché, pur apprezzando molto quella gentilezza gratuita e genuina, mi piace di più godermi quella riconquistata sensazione di potercela fare da sola che ho addosso. Non gridata o arrabbiata. Semplicemente, pacatamente esistente.

Davvero una bella giornata di riconciliazione con il mondo. Alcuni lo chiamano riprendere fiato.

Buona domenica.

Il disegno è la buona domenica di Roberto. ❤️

Il buongiorno dell’8 ottobre

Mi sono svegliata perché sentivo freddo. Dormo ancora con una coperta di cotone e ho capito, stanotte, che non è più sufficiente. Il caldo sta finendo. Senza, peraltro, esserci mai stato seriamente nei mesi che solitamente lo ospitano. E questo, da sempre, è il periodo dell’anno che amo di meno. Per l’accorciarsi delle giornate. Per la temperatura che scende. Per l’inizio della folle corsa, sul lavoro e fuori, verso le feste natalizie. Per quel buio che via via sarà illuminato a giorno (artificiale) oltre che dalle stanziali luci dei lampioni, delle luminarie ma anche dai fari delle auto ammassati dal traffico nelle strade. Che mi mette tristezza. Da sempre. Perché rende ancor più netto il contrasto tra chi è felice e chi non lo è. Una tristezza provata indipendentemente dallo stato d’animo iniziale. Per capirci, provata anche quando tra i felici ci sono stata/sono anch’io.
Quando ero più giovane non vedevo l’ora che la brutta stagione finisse e si arrivasse prima possibile a marzo, mese della rinascita. Da qualche anno no, non più. Non si butta via nulla. Ho imparato a ritagliare, ad apprezzare le sfumature, a cogliere gli spunti. Anche del freddo. Anche del nero. Ed è per questo che accanto al tepore primaverile ho cominciato ad annoverare tra i miei momenti preferiti, quelle che chiamo le giornate rubate. Quelle giornate autunnali o invernali, che nascono con un sole che non ti aspetti. Che ti sorprendono e ti riempiono il cuore. Che ti ritrovi all’ora di pranzo, quando capita, a sorridere per quello che giudichi un vero regalo. Quelle che ammorbidiscono quella insopportabile, almeno per me, sensazione di freddo.
È ancora buio e non so come sarà il tempo oggi. Quello che so per certo, invece, è che per una mia cara amica sarà certamente un successo.
Buongiorno di felicità (ritagliata)!

Il buongiorno del 30 settembre

Sono molto felice stamattina. L’operazione è andata bene, mi sono potuta fare un caffè e ora sono di nuovo a letto a godermi un po’ di riposo. Che c’è di straordinario? Che tutto questo, ieri mattina, non lo davo minimamente per scontato. Pur se, sulla carta, altamente probabile. Anche se mi dicevano che c’era più possibilità di morire attraversando la strada. Perché la differenza è che quando ti sottoponi ad un intervento, più o meno importante, hai tempo di pensare, di fare bilanci, di capire che hai tante cose che vuoi fare ancora, di avere responsabilità importanti, di avere tanti amori a cui non vuoi rinunciare che non valgono meno di uno solo. E che a tutto questo non ci pensi mai prima, durante e dopo l’attraversamento di una strada.
In realtà da un po’ di tempo io lo faccio anche prima di calpestare le strisce ma solo perché è una costante di riflessione e quindi sarà capitato sicuramente anche là. Ma avere un’occasione vera in cui il rischio è tale da dover mettere una firma per sollevare preventivamente altrui responsabilità, è un’altra cosa.
Oggi sono felice perché più forte è il mio desiderio di vivere più intensamente il presente. Di godere a pieno dei momenti allegri e di
indagare sul significato dei momenti tristi, non di maledirli. Di avere fame di conoscere persone e storie e non di non collezionare facce. Di vivere l’oggi con un occhio al domani e non con tutti e due, che sarebbero sprecati. Di amare intensamente e mai distrattamente.
Oggi sono felice perché sto vivendo uno di quegli attimi in cui ti sembra di avere chiaro il senso. Uno di quegli attimi che sai dureranno poco e te li vuoi godere.
Suonano alla porta. È Marco, stanotte il padre lo ha fatto dormire a casa sua per lasciarmi tranquilla. Mi abbraccia. E io ‘Sei venuto a vedere come stavo?’ E lui, sempre sincero ‘In realtà devo andare al bagno. Ma sì, certo, anche per vedere come stavi’. E come sempre mi straccia dimostrandomi che è lui il vero professionista del cogliere l’attimo. Io, rispetto a lui, rimarrò sempre una dilettante.
Felice buongiorno!

Il buongiorno del 29 maggio

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Passi una vita ad essere una donna forte. Una su cui si può sempre contare. Una che non cade. Una con il sorriso in tasca. Una che una soluzione vedrai che la trova. Una che non la smuovi. Poi succede qualcosa che mette a nudo la tua fragilità. Ti senti persa. Tutto sembra crollare, soprattutto tu. Ti viene da piangere e versi tutte le lacrime che per anni non hai versato. Ti spaventi e spaventi chi non ti ha mai visto così. Hai paura di non riuscire ad uscirne. Non sei abituata ad abitare un baratro e piangi anche per questo. Opponi resistenza, ti ribelli. Non è uno stato che ti appartiene. E più ti opponi più scendi giù. E ti terrorizza il fantasma della depressione. Poi qualcuno ti dice che il dolore, da dovunque provenga, va accolto. E che è bello scoprire di non essere invincibile. Che è bello scoprire che puoi fermarti. Che non succede nulla. Anzi succede, solo, che scopri di avere una rete di protezione che non avresti mai immaginato. Che non c’è patologia ma sei triste perché c’è, semplicemente, un motivo per esserlo. O anche solo perché hai bisogno di lavare, con lacrime liberatorie, tutto il lungo percorso che hai fatto e hai colto un’occasione. Ma che in ogni caso si tratta di tristezza intensa perché di qualità. Quella di chi ha deciso di vivere ed è tornato a farlo. Assumendosi anche il rischio di sentirsi, talvolta, morire.
Sentirsi, non morire.
Se è così, non durerà molto.
Buongiorno bello e impossibile!

Il buongiorno dell’8 aprile

Ieri sera tardi mi è capitato, cambiando canale, di trovare il live del Grande Fratello. C’è una tizia che parla solo in romano e dice parole tipo ‘aerio’ e anche ‘coso’ per indicare qualunque oggetto. La macchietta della bora della Capitale che esprime concetti basici con difficoltà e che tanto piace agli italiani extra GRA. E che per questo, in varie salse, viene riproposta ogni anno. E che a me provoca, ogni anno, una grande tristezza. Come le leonesse allo zoo che si sentono le regine della foresta ed invece vivono inconsapevolmente in un mondo cartonato e che più che paura fanno pena.
Buongiorno alle tristi leonesse sotto vuoto e a quelle vere che, non condivido, ma debbo necessariamente rivalutare!

Le luci dell’albero

Non c’è altra strada per superare tristezza e infelicità che infilarcisi dentro con tutta la testa, come mi ha detto qualcuno. Il dolore non si salta, si deve vivere per essere superato. Ieri sera sono passata a salutare mio figlio, dal mio ex marito. Avevano già fatto un piccolo albero di Natale, il primo che non abbiamo fatto insieme. Carino se non fosse che, quando l’hanno acceso per farmelo vedere, sono apparse delle luci inquietanti, bluastre e fisse. Gli ho detto che era molto grazioso ma un po’ freddo. Hanno condiviso e ci siamo messi a ridere. Sono sicura che il prossimo anno compreranno altre luci. Sono convinta che il prossimo anno anche il nostro Natale avrà altre luci. Adda passa’ ‘a nuttata.