Donatore di organi e tessuti

Immagine1In questi giorni ho preso a parlare di morte e a questo punto, mai termine fu più adatto, svisceriamo. Qualche mese fa mi sono persa la carta di identità e quando l’ho rifatta ho chiesto che fosse certificata la mia volontà di essere donatrice di organi e tessuti. Basta una firma su un modulo, null’altro. Facile. A mio avviso dovrebbe essere obbligatorio per tutti. Ed invece è una scelta e bisogna esplicitarla. La domanda: ‘è ma che ci devi fare delle tue interiora una volta che sei morto?’ A meno che non ti fai imbalsamare deperiranno comunque. E dunque non è meglio regalarle e fare felice qualcuno? Eppure c’è chi preferirebbe farci il sugo.

Io piuttosto mi chiedo semmai qualcuno potrà trovare beneficio in quello che metterò, quel lontano giorno, a disposizione. Il mio corpo è già ora parecchio usato: quanto agli occhi, porto gli occhiali da 40 anni e sono progressivamente peggiorati; i polmoni hanno subito 20 anni di fumo e 50 di inquinamento; il cuore e il cervello sono a mio avviso sani e brillanti ma ci sono pareri altrui parecchio contrastanti che non mi confortano. Ho adipe e cellulite di ottima qualità ma non credo abbiano mercato.

Ad analizzarla meglio, sembra che io abbia fatto un figurone con niente. Che mi sia sopravvalutata. Può darsi.

Vero è che se riuscissero a riciclare anche solo un pezzetto di me ne sarei tanto contenta. Magari un orecchio. Per continuare a sentire suoni, parole ed anche rumori. Per continuare a sentire, in qualche modo, la vita. Quella a cui rinuncia per sempre chi si porta tutto dietro.

Buonanotte!

Il disegno riporta dalla polvere alla carne ed è tutta colpa di Roberto.😀

Il buongiorno del 16 novembre

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Ármati di penna, così dice un vecchio slogan di Amnesty International. E negli anni in cui ne sono stata un’attivista ho toccato con mano quanto possa essere vero. E quanto le parole possano essere davvero armi potenti.
Perché le parole possono offendere o difendere. Esaltare i cuori o umiliarli. Convincere o allontanare per sempre. Possono essere pulite o sporche. Trasparenti come cristallo o dense e impenetrabili come il fango. Possono essere leggere e positive o pesanti come macigni. Possono amare o odiare. Possono essere belle o bruttissime. Possono essere sincere o false. Possono essere scandite o sputate di corsa. Possono far sognare o far cadere nell’incubo più profondo.

Ma soprattutto possono cambiare le cose.

Io ancora ci credo. Ed è per questo che per dare più potenza alle parole, che non ho mai smesso di pronunciare, ho ripreso a scrivere. Ed è per questo che, soprattutto, non smetterò di farlo.

Buongiorno alle parole e ai cuori limpidi che sanno partorirle!

C’è un bel post di Barbara di tuttoilmondoateatro che consiglio di leggere sul tema:
https://tuttoilmondoateatro.wordpress.com/2014/11/15/le-parole-che-parlanouna-nuova-lezione-di-teatro/

Immagine dal web trovata per me da Martin 🙂

Il buongiorno del 13 ottobre

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Ieri sento una mamma che consola la figlia, che capisco sia stata lasciata dal fidanzato, con il ricorrente, ‘Non vale la pena che tu ci soffra. Quello non ci ha capito niente… Vuol dire solo che non ti merita. Vedrai che presto ne arriverà un altro che saprà amarti sul serio…’.
Paura. A me frasi così, soprattutto ultimamente (non mi chiedete perché, non lo so cosa mi sia scattato…) mi mettono paura. Detto che quando qualcuno sta male per amore, come quella ragazzina là, sentir parlare di un altro ti fa venire le bolle, e quindi si rischia di peggiorare la situazione; detto che non c’è peggior cosa per una mamma che veder piangere il proprio figlio e che il ricorso all’esperienza ma ancor di più al catalogo delle frasi adatte per ogni occasione in questi casi sembra essere imprescindibile, quello che mi fa paura è che queste parole si dicano subito, senza attesa alcuna. ‘Non ti preoccupare, sai quanti ne trovi meglio…’, un must!
Una sorta di consumismo dell’amore che non riesco a farmi piacere. È vero gli amori finiscono. Sono la prima a dire che non ci si può crogiolare nel dolore e che bisogna andare avanti. Ma tra questo e gli incitamenti che partono dalla telefonata di addio, c’è una grande differenza. Non siamo disposti a veder soffrire chi amiamo e non gli insegniamo a farlo e a capire quello che è successo. E visto che è finito, si sminuisce quello che c’è stato. Se è finito non vale nulla la fine e soprattutto non ha nessun valore il prima. E quello dei due che lascia non merita mai l’altro. Se l’altro, ovviamente, è quello dei due che ci sta a cuore. Cerchiamo subito la sostituzione. Un up grade.
Spero che quando capiterà a mio figlio sarò in grado di fare un respiro e di non ricorrere a questo stereotipo che alla fine, a veder bene, oltre che cinico non è neanche del tutto vero. Di avere il coraggio di dirgli che starà male e ci saranno giorni in cui nulla lo consolerà. Ma che quel dolore renderà indimenticabile quell’amore anche se ne verranno altri. Che nessuno potrà cancellare quello che c’è stato. Che questo non gli impedirà di essere di nuovo felice. E che il nostro cuore è grande abbastanza per dare un posto a ognuno. Che non si sostituisce. Semplicemente si continua ad amare. E che soprattutto non siamo premi meravigliosi da meritare. Che ogni fine ci da la possibilità di guardarci dentro e di migliorare. Perché nessuno è perfetto e non sono sempre gli altri che non capiscono il nostro valore.
Ovviamente questo non mi impedirà di detestare la lei che lo farà stare male e magari anche di pensare che uno bello, intelligente e simpatico come mio figlio non le ricapiterà mai più. Ma l’augurio che mi faccio e che faccio a lui è di essere così brava, nel caso, di tenerlo solo per me.
Buon lunedì di amori che nascono, finiscono, che sono in attesa!

Il disegno che coglie più di quanto pensavo si capisse è come di consueto del terribile Roberto Luciano.