Mirandola

Ieri ero a Mirandola un nome che sa di favola e forse non a caso.

E ieri ho avuto il privilegio di conoscere delle persone straordinarie che hanno saputo trasformare un evento catastrofico in una opportunità. Che hanno saputo pianificare la ripresa con fatica e determinazione ed oggi guardano, fieri, a quello che non hanno semplicemente ricostruito, ma costruito meglio. E, aggiungo perché degno di nota, con il piglio di chi non ha finito: che sa che c’è sempre qualcosa che si può fare di più e meglio. Un’Italia del fare in silenzio di cui non si parla abbastanza e che invece dovrebbe davvero diventare l’icona del ‘ce la possiamo fare’. Un modello da sposare per ripartire.

Tornando a casa, ieri, ho pensato che questa storia è anche una bellissima metafora della vita. Ognuno di noi può subire terremoti. Vedere la sua vita andare in pezzi per mille ragioni. E di fronte alla macerie si può restare immobili a lamentarsi per il destino infausto, decidere di raccattare i pezzi e rimetterli insieme esattamente come erano, o cogliere l’occasione per tentare qualcosa di completamente nuovo. La terza è la strada più difficile perché apparentemente si resta per un po’ sospesi nel tempo: senza passato e senza futuro. Ed è quella che in pochi decidono di percorrere. Ma, a guardare bene, è l’unica che può consentirci di vivere a pieno il presente senza dimenticare da dove veniamo e guardando con fiducia a dove stiamo andando.

A Mirandola la via dove risiede il nuovo polo didattico è intitolata al 29 maggio, il giorno del terremoto. Al dolore di ciò che hanno perso hanno dedicato la rinascita.

Una grande lezione davvero. E pensare che ero andata lì, solo con l’intento di conoscere qualcosa in più su un nuovo laboratorio di robotica applicata al settore biomedicale.

Il buongiorno del 10 dicembre

Ieri c’è stato l’incubo dei colloqui con i professori di Marco. Incubo per contenuti e per modalità. Sul primo punto perché un rendimento che potrebbe essere molto più brillante risulta inficiato da superficialità, distrazione e continue chiacchiere. Che quando sono tornata a casa e gliel’ho detto mi sono sentita anche rispondere ‘Io a scuola ci sto 8 ore, tu ci sai stare zitta per 8 ore? Io no… E nemmeno tu, lo sai’. Un’argomentazione che denota un interessante piglio difensivo che però non lo ha salvato dal sequestro del telefono e da un inasprimento degli orari per andare a letto. Normale amministrazione del penitenziario in cui dice di essere costretto a vivere. Oltre ai contenuti, dicevamo, discutibile, riguardo ai colloqui, è la modalità. E questo riguarda credo la quasi totalità delle scuole ‘pubbliche’ della capitale. I professori occupano a coppie tutte le aule e fuori la scuola viene appesa la mappa del chi/dove. All’ora ‘x’ i genitori si ammassano all’entrata, scalpitano, si guardano l’un l’altro in cagnesco, i più alti sono avvantaggiati perché hanno una migliore visione del tutto. Si aprono le porte della scuola e si corre a prescindere. Come la gazzella e il leone nella savana. Su ogni porta di temporanea residenza dell’insegnante c’è un foglio dove mettersi in lista per prenotare il colloquio e uno sciame impazzito dotato di penna si aggira veloce a siglare il proprio cognome. La prima fase si conclude quando si è riusciti a prenotare tutte le materie. Chi sa di cosa parlo conosce quella prima meravigliosa sensazione di soddisfazione. Un momento di relax e poi si inizia il giro cercando di ricordare più o meno la posizione che ci si è riusciti ad aggiudicare per ciascun insegnante. L’obiettivo di ascoltare notizie sul proprio figlio diventa secondario rispetto a quello di riuscire a coprire tutte le tappe del percorso. Quando il genitore prenotato non c’è si va avanti e quando ne hai qualcuno davanti che non è presente cominci a sperare che quello già dentro faccia presto, così puoi saltare turni preziosi. E se ti riesce sei talmente felice che esci col sorriso pure se ti hanno detto che ti bocceranno il figlio. La materializzazione del nome prima di te sul filo di lana, è invece il peggiore degli incubi. Davanti alle porte poi non c’è volta che non ci si confronti sulla discutibilità del metodo e sulla possibile esistenza di reali alternative. Si concorda sulla immoralità di chi prenota più persone, si discute sulla incapacità di gestire il tempo dei professori che in barba alle lunghe code si intrattengono tempi ben al di sopra di quelli che scaturirebbero da una banale divisione del tempo a disposizione per il numero dei prenotati. Ogni volta ti rattristi al pensiero che nessuno in tanti anni abbia trovato una soluzione ma poi te ne vai e dimentichi fino alla prossima avventura.

Buongiorno da chi ce l’ha fatta. Per qualche mese a posto così. Per Marco invece da oggi nuova strategia….

Il buongiorno del 1* ottobre

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”(…) Così tra questa immensità s’annega il pensier mio e il naufragar m’è dolce in questo mare”.
La giornata è iniziata così. Aiutando Marco ad imparare a memoria L’infinito di Leopardi. Ci siamo svegliati insieme alle 6 perché ieri sera non ce l’aveva fatta. Il suo attuale problema è avere difficoltà nel gestire in modo coerente il tempo da dedicare al gioco e quello da dedicare allo studio. Lo vedi sempre in crisi e trafelato perché, non essendo poi il tipo da presentarsi impreparato, cerca di recuperare rocambolescamente fino all’ultimo istante. Segnando ogni volta nuovi record di svolgimento di problemi e tempo di studio di una lezione. Di solito da solo e oggi coinvolgendomi. Ieri sera arriva dalla sala da pranzo in cucina, dove stavo parlando con Alessia, butta sul tavolo il libro di letteratura e dice ”sta poesia non la capisco e non riesco proprio a impararla a memoria”. E io ”Che poesia è? Fai vedere…”. Quando scopro che è L’infinito con Alessia ci ritroviamo a recitargliene buona parte a memoria. Lui strabuzza gli occhi e mi dice ”Meglio. Così mi aiuti”.
Ora se ne è appena andato a scuola, di corsa, mentre ancora la ripeteva continuando a confondere l’eterno con l’inverno (che effettivamente con le passate stagioni ci sta!). Per dargli una mano ho provato a dirgli di visualizzare i versi. Di vederla quella siepe e di pensare a questo ragazzo che aveva pensieri profondi come questi e viveva in un posto chiuso dove difficilmente qualcuno avrebbe mai potuto capirlo. Come succede a tanti in provincia e che a quel tempo non c’era mica internet. Mica poteva confrontarsi con altri affidandosi al web. Mica poteva aprire un profilo Facebook o gestire un blog. Lui era solo e non riusciva ad ovviare a questa realtà. A questo punto Marco che pensavo non mi stesse ascoltando mi dice piano ”ed era pure malato”. Senza internet e pure malato. Ora sì che comprendeva il dramma!
A dire il vero, nonostante i miei sforzi e quelli, immagino, dell’insegnante, non credo abbia capito fino in fondo cosa volesse dire Leopardi, è ancora troppo piccolo, ma con il tempo lo farà, ne sono certa. Perché tutti noi abbiamo provato, almeno una volta, quella paura di fronte all’infinito e quella dolcezza nel naufragare in esso. A 20 anni e anche tanto tempo dopo. E internet con tutti i suoi moderni ammennicoli su questo possono fare poco. Anzi niente. Quella paura e quel naufragar resistono, intatti, al tempo e all’evoluzione. E Leopardi resta quello che li ha saputi raccontare meglio di tutti.
Infinito buongiorno!

Foto: manoscritto autografo di Giacomo Leopardi da Wikipedia.

Il buongiorno del 21 settembre

Oggi giornata votata alle pulizie e a mio figlio. Portalo, riprendilo. Riportalo, riprendilo. Ti dicono ‘Goditelo adesso che fra poco diventerà autonomo e non lo vedrai più!’. Ora, in tutta sincerità e con tutto l’amore del mondo, fargli da autista non è la mia massima aspirazione. Soprattutto in notturna. E spesso, vi dico da godere, c’è ben poco. Sparute conversazioni in mobilità a parte. Eh sì, perché se c’è una cosa divertente in questa attività da tassista, è che quelle andate e quei ritorni, a volte lo ispirano. E ne approfitta per buttarti là, oltre alla lista di quello che dovresti comprargli perché assolutamente indispensabile per la sua sana crescita fisica e mentale, qualche suo pensiero, progetto, intenzione che vuol sondare. Ieri per esempio si parlava della scuola da scegliere dopo la terza media. E da lì, in un secondo, siamo arrivati a quando, una volta raggiunta la maggiore età se avrà un lavoro (!), potrà uscire di casa e andare a vivere da solo. Pensavo fosse felice di sentirsi dire che avrebbe trovato il mio appoggio e invece mi dice ‘No guarda, appena trovo un lavoro, io resto ancora un po’ con te e anche con papà. Così mi metto un po’ di soldi da parte prima. Metti che finisco di studiare a 24 anni come Matteo e, come lui, trovo subito lavoro (Matteo è il figlio di un mio collega/amico che è diventato un punto di riferimento perché molto studioso ma a dire di Marco, visto anche l’orecchino e il fisico sportivo, affatto sfigato!) magari rimando fino a 35. Troppo? Facciamo 32?’. Lui a farsi i conti della cifra a cui sarebbe potuto arrivare con lo stipendio, a cui pensa di poter aspirare, e io a ridere internamente di fronte a quel sincero opportunismo che lui non ti nega mai. E fortunatamente non mi da mai tempo di preoccuparmi perché le sue idee sono costantemente in fieri. Negli ultimi 30 viaggi, verso il circolo dove fa sport o qualche festa, abbiamo esplorato decine di idee alternative. Qualche tempo fa mi ha chiesto, per esempio, di mandarlo un paio di mesi in Brasile da zia Fausta, una mia zia che non ha mai conosciuto ma di cui gli ho parlato, e che probabilmente lo ha colpito per il coraggio della scelta, a cui si era detto disponibile a fare la spesa ed altri servizi in casa, in cambio dell’ospitalità (!). ‘Dai, non la puoi chiamare?’
A lui una vita non basterà per inseguire tutti i prodotti della sua capoccetta. E a me avere qualcuno che scalpita in tutte le direzioni verso il domani mi piace moltissimo.
Se il godermelo di cui si parlava è questo, hanno sicuramente ragione loro. Ma non è solo così. A volte non mi parla e, se mi parla, grugnisce. E chi ha un figlio di quell’età in casa (o in macchina) sa di cosa parlo. La chiamano adolescenza. A casa mia si chiama ‘la prossima volta prendi l’autobus’.
Buongiorno ai giovani virgulti, in quotidiana partenza per il futuro, e a noi ex virgulti che cerchiamo di vivere, con quotidiana e determinata gioia, nonostante i giovani virgulti, il presente.

Il buongiorno del 20 settembre

Ieri sera con Marco ci siamo fermati a cena con i ragazzi con cui fa sport e con le loro mamme (e anche con qualche papà). Il venerdì, quando sta con me, capita sovente. Lui sta bene e pure io. Ieri era la prima volta dopo le vacanze. Sul tavolo-mamme sono stati allegramente toccati, in poco più due ore, un numero di argomenti inumano. Tutto in superficie senza poter o voler approfondire. Quando ci si rivede dopo l’estate, in qualunque contesto preveda socializzazione, il tempo sembra sempre poco per riallinearsi e le conversazioni si snodano confuse e sincopate. Si passa velocemente dal nuovo orario delle lezioni al ‘chi sta con chi’ in squadra, all’auto nuova da comprare o alla vecchia da tenere che poi si vedrà. Dalle nuove scuole, in cui i figli sono appena approdati, a quelle da cambiare, subito, senza ripensamenti. Dall’incapacità di ritrovare il ritmo invernale, perché fa troppo caldo, a qualche racconto su come si sono passate le ferie. Dai buoni propositi alle diete che funzionano (subito!). E immediatamente dopo, alle ricette delle crostate tutte burro, zucchero e marmellata da allungare con il rhum. Da cani da far accoppiare che scatenano divertenti e umane assonanze, a nuovi colori dei capelli e ad una coerenza cromatica da non sottovalutare per evitare distonie in chi ci guarda. Dalle borse, ‘che chissà se trovo ancora quella che ho visto e mi piaceva’, alla luce pulsata, alle pulsioni, alle pulsazioni. Risate. Occhi attenti. Occhiate complici. Sorrisi. Risate.
Conversazioni di frontiera ancora abbronzate. Ci sarà tempo per i ‘Come stai’ veri. Per le chiacchiere più serie. Per le confidenze più intime. Per le incomprensioni e i chiarimenti. Il nuovo anno è appena iniziato. Ieri è stato solo il primo giorno di scuola. E se il buongiorno si vede dal mattino, sarà un successo pure stavolta.

Il buongiorno di oggi, però, è per Pier Paolo e per il suo papà che ci ha salutato un paio di giorni fa. Quando l’ho chiamato al telefono per abbracciarlo virtualmente, mi ha detto che il fatto che il papà fosse anziano e non stesse benissimo non rendeva la perdita meno dolorosa perché uno li vorrebbe sempre immortali. Ci ho pensato. Vero. Anche se va aggiunto che i genitori questo desiderio di immortalità da parte dei figli se lo guadagnano faticosamente sul campo. Non è scontato. Non è gratis. Mai. Onore a chi se lo guadagna. Onore a papà Roberto.

Il buongiorno del 6 giugno

Oggi finiscono le scuole e inizia il gioco ‘piazza il figlio e mantieni un giorno di ferie’. Un’organizzazione al cardiopalmo che si muove tra centri estivi, baby sitter, per i più fortunati nonni ma anche soggiorni di vacanza fuori città. Nome quest’ultimo politically correct per le anaffettive colonie di un tempo. E l’arrivo dell’estate porta con sé un inevitabile dose di stress soprattutto se non ci si è organizzati per tempo o non si hanno abbastanza risorse per trovare una soluzione. Quest’anno devo dire non ho una pianificazione completa ma conto di farcela. Anche perché il figlio comincia ad essere grande e necessitante di meno cure. E anche perché in 12 anni ho sviluppato capacità di navigazione a vista di notevole qualità.
Mi chiedo però perché almeno per il mese di giugno, così come previsto per la materna, non si possa prevedere che sia la scuola ad occuparsi dei nostri figli. Magari organizzando visite guidate alla scoperta del territorio. Anche pensando al fatto che gli insegnanti, come noto, sono pagati anche per i mesi estivi. È vero, non si tratta di stipendi adeguati ad un ruolo tanto delicato ma quelle vacanze non possono essere considerate la contropartita di una misera paga. Mi chiedo: non sarebbe meglio combattere tutti, genitori e docenti, per ridare dignità, decoro e riconoscimento anche, e non solo, economico ad un mestiere così importante invece di accontentarsi? Di pretendere come cittadini un servizio di eccellenza che oltre a formare i cittadini di domani, sostenga la possibilità dei genitori, in particolare delle madri, di lavorare? E dall’altra, come maestri e professori, di vedere riconosciuto un ruolo sociale di snodo per il futuro ed essere pagati in modo adeguato rispetto al contributo offerto?
Si può fare. Basterebbe un banale confronto tra costi e benefici. Sottolineo il banale. Ma anche l’eccellenza. Ma anche l’adeguato.
Buongiorno all’ultimo giorno di scuola!

Il buongiorno del 31 maggio

Ieri il figlio mi chiama da scuola perché non si sente molto bene. Dopo il vano tentativo alla ricerca di qualcuno che possa andarlo a prendere e ci metta meno tempo di me, lascio tutto quello che stavo facendo in ufficio e vado. Proseguirò a lavorare da casa. Arrivo a scuola, passo dalla segreteria firmo e aspetto che il bidello (ops! il collaboratore…), me lo porti all’ingresso. Arriva e nonostante la faccia affranta, il guizzo di soddisfazione negli occhi non è quello di uno sollevato che finalmente può andare a casa ma di chi ha raggiunto un risultato insperato. Gli chiedo ‘Ma che cosa hai? Cosa ti senti? e lui ‘Mi sento spossato e mi fa un po’ male la pancia’.E io, solo per sgombrare il campo e capire meglio ‘Hai fame? Ci andiamo a prendere un panino prima di tornare a casa?’… ‘Magari. Posso prendere cotoletta, bacon, sottiletta e salsa piccante?’
E’ passato un momento lunghissimo in cui decidere se essere felice perché non c’era nulla di grave o picchiarlo per avermi fatto fare una corsa, col fiato in gola, senza un motivo che davvero lo giustificasse. Ho optato per il primo. Ma solo perché ha davvero ragione ad essere stanco.
Da quando ha due anni e mezzo si fa 8 ore di scuola e dopo altre mille attività. Perché sia io che il padre lavoriamo ma anche perché, nella testa della nostra generazione, c’è fortissimo il concetto della preparazione sistematica al futuro. Della necessità di dare ai figli tutti gli strumenti possibili per affrontarlo. Concetti che portiamo avanti con determinazione nonostante l’evidente negazione di meritocrazia che ci circonda e attanaglia, in ogni dove, il nostro Paese. E alla quale continuiamo a non ribellarci seriamente. A ignorarla come se fosse dovuta. Mentre ai nostri figli continuiamo a raccontare che il successo passa dalla preparazione. E solo negli istanti più lucidi che se, alle strette non avranno chances in Italia, potranno sempre andare all’estero. Ieri quando ho visto gli occhi contenti del figlio di vedermi ma anche di aver rubato un pomeriggio ho pensato che questi ragazzi non si meritano una generazione di preparatori di cervelli in fuga ma qualcuno che gli dia la speranza che tutto questo sia un investimento e non un sacrificio. Che possano scegliere di avere un futuro ovunque, ma anche nel loro Paese. E che la soluzione non stia nello scegliere un partito piuttosto che un altro e demandare. Non è più tempo di guardare dagli spalti. Far tornare di moda la preparazione e il merito non può essere demandato. E si può fare. Cominciamo a ridicolizzare e a mettere in un angolo chi ha usato altri mezzi per arrivare. Chi non mette in campo energia e determinazione (!) ma cognomi e amicizie. Chi si sente ma non è. Non mettiamo più a disposizione la nostra competenza di chi non lo merita. Non sosteniamo più pagliacci. Facciamoli cadere. Cominciamo a servirci solo da chi fa bene il suo lavoro. Andiamo da medici appassionati e non da baroni che poi ci danno il posto in ospedale se necessario. Ribelliamoci alla sciatteria. Al tanto è tutto così. Esaltiamo il lavoro dei professori che amano il loro lavoro. Cominciamo a snobbare i potenti che non meritano quei posti anche quando gli serviamo un caffè al bar.
Ripetiamoci tutti i giorni come un mantra che ce la possiamo fare. Tutti insieme.
Lo dobbiamo a noi prima di non avere più la forza per farlo e lo dobbiamo ai nostri ragazzi. Soprattutto perché la prima cosa che gli abbiamo insegnato e a non dire bugie. E se non facciamo qualcosa gliene abbiamo raccontata una proprio grossa.
Buongiorno!

Il buongiorno del 27 gennaio

Ieri una compagna di liceo mette una foto su FB della classe e parte la nostalgia. C’è chi vorrebbe tornare indietro, chi guarda a quel momento come un bel ricordo ma sta bene dove sta, e poi chi, come me, vorrebbe continuare ad andare avanti, vedere tutto per poi farsi un altro giro godendosi il meglio.
Mi fa tenerezza quella Marussia nella foto. Una che aveva grandi sogni e riempiva il suo dentro non badando molto al fuori. Che non sapeva nulla della vita e aveva tanta voglia di crescere. Che non sapeva che, con il tempo, non avrebbe più frequentato l’amica del cuore con cui pensava avrebbe condiviso ogni giorno della sua esistenza e ogni suo segreto. Che non sapeva, al contrario, che altri in quella foto non l’avrebbero mai lasciata e avrebbero fatto parte, davvero, di tutto il suo futuro. Come non sapeva che quasi 30 anni dopo sarebbe esistito un non luogo in cui rincontrarsi, ultraquarantacinquenni, e provare tutti, senza distinzione, la sensazione di aver vissuto un’esperienza unica e indimenticabile.
Buongiorno ai miei compagni di scuola e ai miei compagni di vita!

Il buongiorno del 17 febbraio

Iniziare la giornata discutendo con il figlio perché rallenta, con qualsiasi mezzo a sua disposizione, l’uscita da casa ed il recarsi a scuola è quello che non può mancare ogni lunedì. Il lunedì oltretutto è il giorno in cui deve portare a scuola la tastiera, la cartellina di tecnica e una quantità industriale di libri e quaderni ed il mio aiuto se non necessario è auspicabile.
Stamattina all’ennesimo ‘5 minuti’, con strazio nel cuore, gli ho detto che non gli avrei firmato gli avvisi che si era ricordato di farmi vedere all’ultimo secondo, non gli avrei dato la merenda e non l’avrei accompagnato. Arrivato a scuola mi ha chiamato fiero di aver rimediato un passaggio e sono anche certa che non resterà senza mangiare.
Se non altro capirà che è meno comodo cavarsela da solo e magari, chissà, ci penserà la prossima volta. Si va per tentativi.
Io in compenso sono già stanchissima….
Buona giornata, buon lunedì!